Davanti al camino

Storia, tradizioni e leggende del comune di Lizzano in Belvedere

BREVI CENNI SULL'ARCHITETTURA LOCALE  

Visitando un casolare o uno dei tanti borghi disseminati  sul territorio la prima cosa che colpisce  è la  semplicità delle loro forme; una sorta di architettura spontanea  nella quale ogni  manufatto sembra essere parte integrante del paesaggio al pari degli alberi, del profilo delle montagne o dei colori che lo compongono. Sarà per i materiali utilizzati, legno e pietre raccolte nelle
antica mammavicinanze, sarà perché queste case sono state costruite  basandosi solo sulla necessità,  senza sprechi o inutili fronzoli, ma l’aspetto più evidente è proprio questo. Un adattamento armonioso con l’ambiente  frutto di un rapporto  profondo con la natura e di un sapere affinato nel tempo da  generazioni di muratori. Il secondo elemento  da sottolineare, che spiega anche il perché della bizzarra ubicazione di tanti  borghi,  sono le motivazioni che portarono gli antici abitanti a scegliere  proprio i luoghi più impervi del territorio per stabilirvi la dimora.  Una decisione originata dal duplice scopo di difendersi dalle feroci bande che infestavano l’Appennino da un lato e di soddisfare le esigenze alimentari derivanti quasi esclusivamente dal bosco dall’altro. Terzo aspetto è che gli insediamenti presenti nel comune di Lizzano in Belvedere offrono numerosissime varianti: differenze altimetriche, climatiche e sociali, hanno rappresentato storicamente vincoli tali da differenziare, a volte anche per aree molto ristrette, le caratteristiche architettoniche delle abitazioni. 
Ciò premesso, a parte le rarissime strutture ecclesiastiche e civili (torri, castelli e chiese),  fino alla fine del 1300 non esistevano abitazioni in pietra ed i pochi  edifici presenti erano  costruiti  di legno e paglia (domus paleata), dotati di un’unica stanza al centro della quale era acceso il fuoco il cui fumo, che saliva verso il cielo,  era utilizzato anche come rudimentale unità di misura sia per censire la popolazione (fumanti), sia per il pagamento delle tasse. E’ solo a partire dal XV secolo che il miglioramento delle condizioni economiche determinarono anche sull’Appennino la nascita delle prime forme di architettura in pietra  aiutate in questo dal passaggio dei famosi maestri comacini (di Como) provenienti  dalla vicina Toscana dove avevano partecipato alla costruzione di importanti chiese e dimore nobiliari. Furono proprio questi valentissimi muratori ad insegnare alle maestranze locali le tecniche della lavorazione della pietra.  Un uso limitato inizialmente al piano terreno e poi con il secolo successivo (XVI) anche ai piani superiori. La struttura della casa era molto semplice, si trattava di abitazioni di piccole dimensioni, che si adattavano passivamente al terreno, caratterizzate generalmente da un piano terreno più piccolo adibito a stalla o a deposito  per gli attrezzi,  ed uno superiore per l’abitazione, dotate di portali e di finestre di piccole dimensioni le cui forme ci permettono oggi una datazione precisa degli edifici stessi. Per capire meglio quale fosse la situazione demografica ed urbanistica dell’epoca  ci viene in aiuto l’estimo della “Comunitas Belvederis” del 1451 dal quale risulta la presenza nelle ville di  “Gabba, Grechie, Saxi, Vidiatici, Lizano Mathis e Montis Acuti d’Alpe”,  di sole 67 case abitate complessivamente da 397 persone, delle quali 16 costruite in legname, 28 in muratura e 16 in muratura e legname (per 7 non è specificato il materiale di costruzione),  affiancante da 25 “tugurium”, ovvero piccole capanne poste prevalentemente a Grecchia e Sasso,  2 tegge e 3 torri, una a Gabba e due a Sasso. Nei secoli successivi le case si ampliano ulteriormente fino a raggiungere le forme e le dimensioni della maggior parte di quelle ancora presenti composte da una porta d’accesso centrale, dvalle dardagnaue piccoli vani ai lati, una scala centrale di fronte all’ingresso che conduceva al piano superiore dove si trovano le camere da letto. Anche in questo caso a dettate la disposizione dei vani non erano certo preferenze estetiche né scelte progettuali, bensì l’accorgimento di sfruttare il calore del fuoco del camino che, acceso al piano inferiore, salendo attraverso le crepe dei  “tasselli” (cioè i tipici solai di legno), cedeva  un po’ di tepore anche alle camere.
Ma gli elementi che più colpiscono dell’architettura locale  e che spesso rappresentano oggi l’unica testimonianza di questo antico passato, sono gli  ornamenti presenti all’esterno delle case: date, simboli, mammelle in pietra (mamme),  ma soprattutto le tante figure antropomorfe localizzate in prevalenza nell’alta valle del Dardagna.  Volti, spesso imperfetti o parziali, che richiamano alla memoria l’antico costume celtico dal significato propiziatorio e ammonitore di mozzare le teste dei nemici  vinti in battaglia e di adornare con tali, lugubri, trofei l’ingresso delle abitazioni. Col tempo però anche i Celti abbandonarono questo costume e si accontentarono  di sostituirlo con sculture di legno o pietra. Questa potrebbe essere l’origine dell’usanza locale  nata  fra il V ed il II secolo a.C. quando alle popolazioni etrusche si sostituirono proprio i Celti che portarono con se, oltre al proprio coraggio ed alla maestria nella lavorazione del ferro, anche l’usanza delle “mummie”, non a caso localizzate quasi esclusivamente nella zona del Dardagna, cioè in quella più vicina per caratteristiche ambientali ai loro paesi di provenienza.




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