Davanti al camino

Storia, tradizioni e leggende del comune di Lizzano in Belvedere
ARCHIVIO


L'olio di faggiola
Il valore delle faggete come legno da ardere e da lavoro, nonché come prezioso materiale perfaggeta ricavare carbone dolce per le fonderie o cenere per la lavorazione del vetro, è ben noto a tutti. Cosa che invece pochi sanno è che dai suoi semi è possibile produrre un olio di ottima qualità. Si tratta dell’olio di faggiuola che nel 1803 i montanari locali tentarono di trasformare in una piccola industria dando vita ad un’apposita società per la sua produzione. Il professor Agostino Fantini, incaricato di analizzare il prodotto, così lo descriveva: “di colore giallognolo, senza odore, di sapore tendente al dolce, più leggero degli altri, non gela e non subisce alterazioni dal tempo e arde con una luce chiara senza offendere la vista, inoltre brucia per un tempo maggiore”. A questa relazione se ne accompagnarono anche altre di valenti medici sull’uso sanitario sperimentato in diversi ospedali di Bologna che ne vantavano le numerose proprietà medicinali: “che costituiscono un genere necessario, principalmente in quegli sacri asili, dove ricorre l’inferma bisognosa umanità. Le gravose spese, che la condizione dei tempi impone a codesti stabilimenti di pubblica beneficenza, saranno in parte alleviate dal considerevole risparmio che produrrà l’acquisto dell’olio di faggio, a fronte di quello di lino o di mandorle dolci”. L’avvio della produzione dell’olio era subordinato però alla costruzione di una strada che permettesse il collegamento con i centri maggiori chiesta dai montanari e mai realizzata. Occorrerà attendere infatti quasi cento anni per l’inaugurazione, nel 1902, della strada provinciale Fanano-Porretta, ma ormai i tempi erano cambiati e della “Società di Belvedere” e dell’olio di faggiuola non se ne parlò mai più.


"Scaphagiolo lago piccolo è nell'Apenino.."

Un minuscolo specchio d'acqua limpidissima e perenne, placidamnete adagiato lungo il crinale che separa il Tirreno dalla pianura Padana. E' il lago Scaffaiolo,  posto a 1750 metri di quota, fra le cui tanti peculiarità  c'è quella di essere il bacino naturale più alto dell'intera catena appenninica. Una - racconta uno dei testimoni oculari fra i primi ad accorrere in chiesa -. serie di caratteristiche ambientali davvero uniche che hanno fatto nascere attorno a questo luogo un alone di mistero e di leggenda.   Sono proprio queste particolarità che nel passato hanno alimentato tra la gente di montagna miti e leggescaffaiolonde sul lago, nobilitate dalla penna del Boccaccio che, in un’opera poco nota De Montibus, silvis, fontibus et fluminibus apparsa a Firenze nel 1598, così lo descrive (riportiamo la citazione nella traduzione italiana dell’epoca): “Scaphagiolo lago piccolo è nell’Apenino: il quale tra la regione di Pistoia e Modona s’inalza, e più per miracolo che per la copia dell’acque memorabile: però (come danno testimonianze tutti gli habitatori) se alcuno da per se, over per sorte, sarà che gietti, una pietra o altra in quello, che l’acque mova, subitamente l’aere s’astrìnge in nebbia e nasce di venti tanta fierezza, che le quercie fortissime e li vetusti faggi vicini, e se spezzino o escansi dalle radici. Che potrò dir io degli animali, se alcuni ce ne sono, se gli alberi si rompono, e così la tempesta tutti i dì nemichcvole alquanto persevera?”. Miti e leggende  che alimentano la fantasia popolare. Si racconta, infatti, che il fondo del lago sia comunicante direttamente con l’inferno e che le anime dei dannati usino risalire fin sopra le sue acque per cercare sollievo nei rari momenti in cui è concesso loro un po’ di tregua dalle pene eterne. Per questo motivo, se una mano benedetta ha l’ardire di gettare una pietra nel lago, proprio in quel punto dove il fondo del piccolo invaso si apre sull’inferno, improvvisamente si scatenano terribili bufere capaci di sradicare querce centenarie, di sollevare onde spaventose e di lanciare sassi a grande distanza. Che, carta lago scaffaioloin realtà, sia una zona soggetta a repentini cambiamenti di tempo la sanno bene i tantissimi escursionisti che frequentano il crinale in ogni stagione, soprattutto d’inverno, quando il lago è battuto da improvvise bufere le quali, a volte, si scatenano con una violenza davvero inaudita. Il nome del lago sembra derivi da "caffa", termine con cui gli antichi montanari indicavano un avvallamento o una conca. Viene alimentato dalle acque piovane e dallo scioglimento delle nevi che confluisce nel lago e si conserva tutto l’anno anche per effetto delle temperature rigide e delle frequenti nebbie che limitano l’evaporazione. Assolutamente privo di pesci anche a causa delle dimensioni davvero modeste, 200 m di lunghezza e 80 m di larghezza  Nelle immediate vicinanze del lago sorge anche il Rifugio Duca degli Abruzzi, il più antico rifugio dell'Appennino tosco - emiliano, inaugurato più di 130 anni fa; esattamente il 30 giugno 1878.
Carta batimetrica e profilo del Lago Scaffaiolo (Dal Govi - Rivista Geografica del 1906).



La storia della Madonna che piansemAdonna rocca
Il ricordo della lacrimazione della Madonna  di Rocca  ha  lasciato un segno indelebile nella memoria degli abitanti di questa zona.  "Era la  mattina del 13 maggio 1957, improvvisamente piombò in casa il  parroco Don Dante Chelli, agitatissimo, gridando: ho visto la  Madonna piangere. Corsi prontamente in chiesa e vidi  anch'io  due grossi  lacrimoni  che sgorgavano dagli occhi della  statua - racconta uno dei testimoni oculari fra i primi ad  accorrere in chiesa -.  Successivamente ho  visto  piangere  la Madonna altre cinque  volte”. Un fatto straordinario che lasciò tutti  stupiti  ed increduli tant'è che qualcuno (si vocifera addirittura che fosse stato l’allora medico condotto) volle assaggiare le lacrime  per verificare se fossero salate.  Ma in risultato di quelle prove e di altre che furono eseguite, non interessavano ai fedeli che da ogni luogo accorrevano in visita a Rocca. Da quel momento la chiesa di Rocca Corneta diventò  meta di un intenso pellegrinaggio che prosegue tutt’oggi a distanza di ben cinquantatre anni da quella breve lacrimazione. Come sempre in questi casi cosa accadde davvero è difficile dirlo, la curia bolognese intervenne con la rimozione della statua che fu sottoposta ad approfonditi esami i quali  però non condussero a nulla. Dopo alcuni mesi di attesa e di esami che non portarono a nessuna conclusione ufficiale,  statua fu riportata a Rocca Corneta in gran silenzio dove si trova tutt’oggi all’interno di una nicchia posta sul lato destro della chiesa.  Nonostante il mistero ancora oggi, a distanza di oltre cinquant'anni, sono ancora tanti  i pellegrini che arrivano a Rocca Corneta a vicitare la piccola statua della Madonna che, silenziosamente, continua a custodire gelosamente la verità su questo avvenimento.



La "sciopoli petroniana"  
 Il 1929 è ricordato come l’anno della grande neve, ne cadde talmente tanta che i montanari, rimasti panoramasenza legna, per riscaldarsi furono costretti a tagliare gli alberi in pieno inverno accorgendosi poi, al disgelo, di avere  mozzato loro le punte. Si parla di oltre due metri nei paesi del fondovalle e di oltre cinque al Corno alle Scale. Ma il 1929 coincide anche con un altro avvenimento: lo svolgimento a Vidiciatico (definita al Parroco Don Tabellini “Sciopoli petroniana”)  della prima gara regionale di sci. Allora non si andava a sciare al Corno alle Scale ma ci si accontentava dei campi ondulati di Vallibona, posti all’uscita dal paese  o, in alternativa, della ripida discesa che da sopra l’albergo Corno alle Scale arrivava fino al centro del paese.  Il  successo di quelle prime gare  e l’immagine alpina data proprio da quella neve così abbondante  fecero scoprire a tanti che anche sull’Appennino era possibile praticare lo sci.  Nel 1938 i comuni di Porretta Terme e di Lizzano in Belvedere  incaricarono l’ingegnere  Ferruccio Negri di studiare un piano di valorizzazione dell’Appennino che prevedeva la creazione nella zona del Corno alle Scale di una stazione di sci con la realizzazione di una funivia, la Cavone-Corno, di cinque piste, di due trampolini per il salto e di una pista da pattinaggio. Ma è nel 1949 che queste idee presero   corpo grazie alla costituzione della S.A.A.B. (Società Alto Appennino Bolognese) e all’opera di colui che possiamo ben definire il papà  del Corno alle Scale, l’ingegnere Vittorio Cappelli di Bologna,  che realizzò  nello stesso anno la prima sciovia del Corno in grado di trasportare 300 persone l’ora. Fu un successo che vide nel giro di pochi anni esplodere la passione per lo sci e, con essa,  la costruzione di altri tre impianti fino ad arrivare all’attuale stazione ben nota ed apprezzata in tutta Italia.

Contatore per siti