Davanti al camino

Storia, tradizioni e leggende del comune di Lizzano in Belvedere

L'ECCIDIO DI CASA BERNA  

Pioveva la mattina del 27 settembre e la nebbia avvolgeva la montagna rendendo il paesaggio quasi irreale. Improvvisamente, lungo la strada che dall’Acero scende verso Vidiciatico, apparve una pattuglia tedesca composta da 4 o 5 militari. Ne nacque una brevissima scaramuccia nella quale rimase ferito un tedesco (altri testimoni parlano di due feriti), che viene così descritta da Giuseppe Pasquali:  “
….con a Paolo e Carlo Castelli e con un bolognese, un giovane barbiere di cui ricordo solo il nome, Walter, salimmo sul crinale sopra Casa Berna con il mitra e il fucile mitragliatore. Aprimmo il fuoco, il mitragliatore si inceppò, poi ricevemmo l’ordine di sganciamento”. I partigiani non sapevano (almeno così risulta dai  diari che parlano di “errata  informazione”) che la pattuglia fosse in realtà  l’avanguardia di una colonna tedesca proveniente dalla Toscana composta da 150/300 soldati i quali,  all’altezza dell’Acero, si divisero in tre gruppi: il primo scese lungo il Dardagna in direzione di Poggiolforato, il secondo scelse la scorciatoia dell’Acerone, il terzo scelse invece la provinciale.
In proposito il partigiano “Arno” (Ermenegildo Bugni)  racconta che la mattina del 27 settembre dal Lago Scaffaiolo osservando con il binocolo il crinale vide  “..dei soldati germanici in assetto di guerra, provenivano dalla Toscana.  Una quantità elevata .. che mi tenne immobile con il binocolo sugli occhi un tempo che mi parve lunghissimo..”. Il Bugni decise di informare immediatamente il comando partigiano di Poggiolforato.
Ma torniamo ai fatti di Ca’ Berna, passarono pochi minuti dalla scaramuccia  e da sopra, da Pian d’Ivo, si rovesciò sul gruppuscolo di case il fuoco delle mitragliatrici pesanti e dei mortai.  Pochi istanti dopo il cessato il fuoco arrivarono  in paese il grosso delle truppe tedesche. Adolfo Pasquali, rifugiatosi dentro un tombino che conosceva bene il tedesco non ebbe dubbi su cosa sarebbe accaduto da lì a poco “Alles foues, alles kaputt!” (tutto a fuoco, tutti a morte). I primi ad essere fermati furono due anziani coniugi, Attilio e Erminia Piovani, uccisi con una raffica alle spalle, Sempre sulla strada vennero falciate Anna Taglioli che aveva in braccio la figlioletta Grazia di 4 anni.

Renato Bernardini, presente all’eccidio, racconta: “Vidi che tutta la popolazione venne rastrellata e raggruppata nella mia casa con le armi spianate… udii sparare e la gente urlare.. i tedeschi avevano dato fuoco all’edificio ma solo una parte fu distrutta. La stanza dove avvenne l’eccidio non fu toccata ad eccezione di un buco da granata attraverso il quale . i tedeschi lanciarono le bombe a mano dopo la sparatoria. Ciascun corpo aveva un buco di pallottola nella testa”. Diciannove cadaveri che giacevano uno sopra l’altro di una stanza e altri tre all’interno del vicino oratorio. Ogni cadavere presentava una ferita di arma da fuoco in testa “I loro volti, spenti per sempre alla luce del giorno, rivelavano ilo terrore che si era impadronito di loro nel momento della strage”.  Intanto la colonna tedesca che aveva percorso la scorciatoia dell’Acerone era giunta a Ca’ del Vento dove uccisero Oreste Vitali. Nei giorni successi vennero anche rinvenuti i cadaveri dei partigiani Dante Benazzi e Pietro Bellotti e di altri sette civili. Alle due di notte ci si accorse che il piccolo Romolo, figlio di Angiolini Ugolini, nonostante il foro di pallottola in testa era ancora vivo ma non ci fu nulla da fare.

Dei fatti accaduti a Casa Berna se ne parla anche nei numerosi  documenti contentui nell’ormai famoso “Armadio della vergogna". Alcune centinaia di fascicoli processuali (per l’esattezza 695), contenenti le denunce precise degli eccidi commessi in Italia durante l’occupazione nazista, rimasti chiusi in un armadio con l’apertura rivolta al muro nei sotterranei di Palazzo Cesi, sede della Procura Generale Militare di Roma. Scoperto quasi per caso nel 1994 è diventato un caso emblematico del clima che ha caratterizzato  la storia d’Italia.  Illuminante in proposito è uno scambio di lettere, datato 10 ottobre 1955 e secretato fino al 1998, fra il Ministro degli Esteri Gaetano Martino e quello della Difesa Paolo Emilio Taviani nel quale Martino sottolinea  l’inopportunità “di alimentare polemiche sul soldato tedesco nell’attuale collaborazione atlantica” e Taviani sponde con un laconico “concordo pienamente”.  Questo è l’antefatto, così come risulta dagli atti della Commissione parlamentare d’inchiesta istituita nel 2003 allo scopo di  chiarire i fatti e le circostanze che portarono la Procura militare ad occultare i fascicoli. Una agghiacciante “marcia della morte” iniziata, per la parte che riguarda il nostro Appennino, il 12 agosto a Sant’Anna di Stazzema e conclusasi il 29 settembre a Marzabotto costata la vita a quasi 2000 persone, fra le quali 95 ragazzi sotto i 16 anni, 110 sotto i 10 anni, 22 di due anni, 8 di un anno e 15 di appena pochi mesi.
Nei fascicoli, che  riportano gli interrogatori compiuti dagli ufficiali alleati nella primavera del 1945 immediatamente dopo il passaggio del fronte, appare ovviamente anche la strage di Casa Berna. Un episodio ben chiaro nei suoi dettagli storici al quale la pubblicazione dei fascicoli non aggiunge nulla se non la testimonianza a caldo dei testimoni  interrogati e la volontà espressa nelle parole degli ufficiali americani di dare all’episodio fin da subito la valenza di un’azione militare, cioè di  una rappresaglia all’azione partigiana.
Ma procediamo con ordine, il War Crimes Office il 6 gennaio 1945 compilò un primo rapporto sommario sull’evento: “150 soldati tedeschi, non meglio identificati, bruciarono il villaggio di Poggiolforato, in Italia, uccidendo  21 abitanti inclusi donne e bambini; uccisero un partigiano dopo avergli strappato gli occhi, colpirono con un coltello ripetutamente al mento un altro partigiano. Data 29 settembre 1944, informatori: 1)  LT. Gene C. Stewart, AFF 0-821374 fuggito dall’Italia ed un non meglio identificato appartenente alle OSS dell’8° e della V armata. Le vittime non sonio conosciute”.  Successivamente, passato il fronte,  gli Alleati cominciarono a raccogliere le prime  testimonianze sulla strage. Il 22 marzo 1945 dal capitano Labre R Garcia della sezione affari civili delle forse di spedizione brasiliane interrogò Renato Bernardini:
Mia madre e mia sorella erano fra le vittime uccise dai tedeschi a Casa Berna. Sono arrivati sei tedeschi lì il 27 settembre 1944 e sono stati attaccati da diciasette partigiani. I tedeschi hanno chiesto rinforzi e abbiamo visto circa altri 300 tedeschi venire su per la collina da Madonna dell’Acero. I partigiani sono fuggiti e si sono nascosti nei cespugli circa 100 metri dietro della casa. Ho visto tutte le persone venire raccolte e spinte dentro casa mia con le punte dei fucili. Altri soldati sono stati mandati a trovare  persone nascoste nelle vicinanze ed ho cominciato a trascinarmi via per terra. Mentre fuggivo ho sentito degli spari e degli urli. Sono tornato il giorno dopo a casa mia e in una delle stanze ho visto 27 corpi. Ce n’erano altri due corpi nella strada a poca distanza dalla casa. I tedeschi avevano dato fuoco alla casa ma solo una parte era stata distrutta. La stanza dove erano accaduti gli omicidi non era stata danneggiata, tranne il buco fatto da un proiettile attraverso il quale, mi è stato detto, i tedeschi buttavano granate dopo avere sparato. Ogni cadavere aveva una ferita di pallottola alla testa”.                                                  

Prosegui 




Contatore per siti