Davanti al camino

Storia, tradizioni e leggende del comune di Lizzano in Belvedere

LA QUESTIONE DEI BOSCHI NELL'OTTOCENTO   

Una turba di alpestri devastatori che con l’ascia in mano e il sorriso sulle labbra, preparava l’esterminio degli inconsci abitatori delle pianure”.  Non è la descrizione di un’orda di barbari, pronti a conquistare nuovi territori, bensì quella degli abitanti del nostro Appennino, fatta nel 1899 dal presidente della Pro Montibus Cesare Ranuzzi-Segni in occasione della prima festa degli alberi. La colpa di cui erano accusati i nostri antenati era il taglio indiscriminato dei boschi, origine del grave dissesto idrogeologico i cui effetti compromettevano le coltivazioni (ed i guadagni) dei proprietari della pianura.
In realtà la questione ebbe inizio quasi un secolo prima, verso la fine del Settecento, quando il progressivo miglioramento delle condizioni di vita determinò anche sull’Appennino una diminuzione della mortalità ed un forte aumento demografico. A Lizzano in Belvedere (o meglio nel comune di Belvedere come si chiamava allora), in pochi anni si passò dai 2648 abitanti del 1811 ai 2850 censiti nel 1861, fino ad arrivare 5476 del 1901; una crescita repentina che ebbe come conseguenza l’abbattimento di superfici sempre più ampie di boschi, indispensabili a soddisfare i bisogni alimentari della popolazione locale. A ciò va aggiunto che nell’Ottocento nacquero sull’Appennino le prime ferriere per il cui funzionamento, oltre all’acqua, erano necessarie anche grandi quantità di legna.  Per dare un ordine di grandezza al fenomeno basta pensare che nei primi 10 anni dell’Unità d’Italia il taglio di faggi autorizzati dal comune di Lizzano in Belvedere sui terreni di sua proprietà passò dalle 520 del 1861 alle 100.000 del 1871, rispetto ad un patrimonio complessivo stimato in oltre 500.000 piante1.  Un taglio massiccio, spesso indiscriminato, che ridusse notevolmente la copertura forestale delle nostre montagne, esposte così a forti erosioni da parte delle acque piovane che si riversavano con violenza verso valle. Le cronache dell’epoca ci raccontano di continue frane e smottamenti ma soprattutto di un paesaggio molto diverso dell’attuale, caratterizzato da ampie zone completamente prive di vegetazione che davano alla montagna un aspetto a dir poco desolate: “L’aridità, il gelo, i venti, si uniscono insieme per depredare i pochi avanzi di piante che il ferro ha risparmiate.. lasciando deserto quel luogo, che la natura aveva destinato per loro dimora2. La descrizione di una situazione totalmente opposta dell’attuale, che oggi facciamo fatica a comprendere abituati come siamo a pensare ad un passato caratterizzato da una natura incontaminata e rigogliosa. 

Già nei primi dell’Ottocento il tema del progressivo deterioramento del patrimonio boschivo e la conseguente alterazione dei regimi idrici, erano diventati oggetto di forte dibattito e di preoccupazione fra i proprietari della pianura la cui insofferenza verso il modo di operare dei montanari trovò in quegli anni il sostegno della Società Agraria, l’istituzione creata da Napoleone Bonaparte che proprio a Bologna assunse un ruolo di grande rilievo grazie alla presenza di illustri personaggi come il celebre agronomo Filippo Re o il rappresentante della destra storica Marco Minghetti.  Il primo ad affrontare il problema fu l’ingegnere Luigi Pancaldi, membro autorevole della Società Agraria che, il 6 marzo 1842, tenne una relazione nella quale si contrapponevano da un lato i miglioramenti intervenuti nella pianura in cui, “.. si fecero ovunque sbanchi, movimenti e trasporti di terra, piantagioni novelle di arbori e di viti, canapai, nuovi prati artificiali e tante altre opere agrarie, disponendo in somma il tutto in uno stato di maggiore produzione tanto artificiale, che naturale3. Dall’altro la situazione diametralmente opposta della montagna, dove invece questi progressi non si erano verificati, e le vette: “.. che la provvida natura aveva con tanto bell’ordine vestite, e popolate di boscaglia e di macchie per impedirne lo slavinamento del suolo, per moderare la velocità delle acque che cadono dal cielo, e per snervare il furore dei venti e delle procelle.. -  erano rimaste - .. in preda dei guastatori locali”.  Montanari a parte, Pancaldi attribuiva questa situazione fondamentalmente a due cause: da un lato i tempi troppo lunghi necessari alla crescita degli alberi, in particolare querce e faggi che si era soliti piantare in montagna, dall’altro l’impossibilità di preservare i giovani polloni dal morso degli animali al pascolo. Per risolvere la questione il tecnico bolognese proponeva una soluzione a dir poco bizzarra: l’introduzione dell’acacia (robinia pseudo acacia) che, a suo dire, rappresentata la pianta ideale per ostacolare i fenomeni erosivi grazie alla resistenza al morso degli animali per la presenza di spine e al suo rapido sviluppo3. Al di là della soluzione prospettata, erano evidenti però due questioni: la prima, che il dissesto idrogeologico rappresenta già all’epoca un problema molto serio, incredibilmente più grave di quanto accade oggi. La seconda è che in realtà dell’Appennino, dilavato dal disboscamento, povero di colture e imprigionato in un’economia al limite dell’autosufficienza, non importava a nessuno, ciò che interessava a quella che oggi definiremmo la comunità scientifica bolognese era la tutela della pianura ed il tornaconto dei suoi facoltosi proprietari. 

Una contrapposizione di interessi, che in certi momenti divenne quasi accanimento verso i montanari tanto da arrivarne addirittura a chiedere l’abolizione4, nella quale non si teneva in nessun conto il fatto che il taglio dei boschi aveva origine non certo dal disinteresse o dal “malanimo” degli abitanti dei monti, ma dal fatto che il bosco rappresentava per loro l’unico mezzo di sostentamento. Una fonte così misera da non consentirne neppure la sopravvivenza, tanto che proprio il periodo preso in esame coincide con il momento di maggiore povertà per l’Appennino, così diffusa da costringere centinaia di persone ad emigrare per buona parte dell’anno, come risulta dalle numerose delibere adottate in quel periodo del Comune di Lizzano in Belvedere nelle quali si afferma che più di mille persone (nel 1864 addirittura 1.400 su una popolazione di circa 3.500 anime) erano costrette ogni anno ad emigrare per l’assoluta mancanza di lavoro 5.

A  mitigare la posizione della Società Agraria intervenne il marchese Luigi Davia il quale, nella sua relazione intitolata “Considerazioni sulle leggi boschive” del 23 maggio 1847, sostenne per la prima volta la necessità di porre un vincolo alla pressione che l’aumento della popolazione aveva determinato sui boschi, attraverso opportune leggi che limitassero la proprietà privata in nome dell’interesse pubblico. Un pensiero innovativo che per la prima volta metteva in contrapposizione l’impresa individuale, quindi i diritti dei proprietari, alla tutela del patrimonio, al quale si attribuiva un valore collettivo di interesse pubblico, che risulta ancora più rilevante se pensiamo che la Società Agraria cui Davia si rivolgeva era formata in larga parte proprio da proprietari terrieri. Contro quella che definiva “la privata speculazione”, Davia proponeva un intervento diretto dello Stato che tutelasse le selve senza però imporre vincoli troppo stringenti né espropriare i proprietari, che invece avevano il diritto di godere dei frutti derivanti dai loro terreni. Una sorta di compromesso fra interessi collettivi e proprietà privata, che prevedeva anche l’introduzione di un concetto nuovo, quello della selvicoltura, cioè l’idea di un utilizzo del bosco regolamento, senza inutili eccessi, in grado addirittura di determinare un possibile sviluppo per l’Appennino legato all’industria del carbone 6. E’ in questa ottica che va inquadrato l’esperimento compiuto nell’aprile del 1846 da due soci della Società Agraria, Giuseppe Bertoloni e Giuseppe Toldo i quali, assieme all’ingegnere Lorenzo Lorenzini di Porretta Terme, effettuarono il primo rimboschimento mai realizzato sul nostro Appennino.  Ciò avvenne nella zona del Fabuino (monte La Nuda) dove i tre pionieri piantarono centinaia di cedri del libano, di pini e di abeti, su un’estensione di circa due ettari di superficie. Purtroppo “la vegetazione di quelle piantine (fu) barbaramente impedita dalle devastazioni del bestiame vagante come altresì dall’ignoranza e forse malignità dei pastori 7, segno che ogni azione intrapresa senza tenere conto delle condizioni sociali ed economiche delle popolazioni locali né del loro coinvolgimento era destinata miseramente a fallire.

Prosegui

 





Contatore per siti