Davanti al camino

Storia, tradizioni e leggende del comune di Lizzano in Belvedere
CORNO ALLE SCALE (MT. 1945)

Quasi sospeso, fra il corrucciarsi arcigno dell’alpe  e  la molle opulenza del piano, il massiccio del Corno alle Scale si  presenta  al visitatore come un mondo a  se, tutto  da scoprire. La sua ascesa rappresenta infatti una sorta  di viaggio  nel tempo che, nel volgere di  pochi  chilometri,  proietta l'escursionista dai dolci declivi  del fondovalle  fino alle aspre e spettacolari pareti  rocciose che 
giglio sant'andrea caratterizzano il crinale.    L’ascesa più bella  verso la sua vetta è sicuramente quella dei Balzi dell’Ora (cioè della tramontana), perché salendo si comprende meglio l’origine del nome di questa montagna le cui stratificazioni rocciose appaiono all'escursionista come altrettanti gradini di un’immaginaria scala che pare davvero non finire mai. Ma se  questo è il Corno percepito oggi dalle migliaia di  escursionisti che lo scelgono come meta, un tempo queste creste furono il passaggio obbligato per i viaggiatori che lo solcavano a ponente lungo l’importante strada di collegamento con la Toscana  e poi, in tempi più recenti,  luogo di lavoro per chi  faticava lungo le sue pendici per tagliare legna o, più in alto dove cresce solo l’erba,  per pascolare le greggi. Una montagna viva e vitale ma soprattutto conosciuta  fin dall’epoca romana quando era chiamata Monte Balista, diventato poi Capotauro, poi Alpe Massima ed infine Le Scale (Alpes Scalarum), fino all’attuale  Corno alle Scale.
Ovviamente la zona più nota e frequentata da escursionisti e sciatori è quella del Cavone anche se il vero Corno si incontra scalando la parere est, quella della Segavecchia, solcata da una serie di stretti canalini attraversati da minuscoli torrenti dai nomi poetici. C’è la Radicchiaia, la Tana Malia,  il Fosso dello Snotto, le Naspe  o il mitico Mont Gnicco,  il cui nome deriva proprio dal tipico “gnicco”, cioè il suono gutturale  che si emettebalzi involontariamente quando si compie uno sforzo. Luoghi bellissimi quanto impervi, da percorrere se si è davvero esperti, meglio se  accompagnati da qualcuno che li conosce bene, in grado però di regalare emozioni uniche. E’ il caso ad esempio della Tana Malia, un vero incantesimo della natura come sottolinea il nome, contraddistinta da una dozzina di cascate  incassate fra due muraglie di roccia delle quali una buona metà di altezza davvero considerevole, fra i 18 ed i 35 metri.  
Oltre alla bellezza e maestosità l’altro elemento distintivo del Corno alle Scale è la croce che lo identifica immediatamente anche da grande distanza. La sua costruzione risale al 1900, in occasione del Giubileo  quando  nacque un apposito comitato per  “Il solenne omaggio a Gesù Redentore nel chiudersi del secolo e sorgere del XX secolo”, con lo scopo di erigere un cippo con la croce su 20 vette d’Italia in memoria dei 20 secoli dalla redenzione. La prima croce di metallo resse per ben cinquant’anni  e fu sostituita per ragioni di sicurezza in occasione dell’anno giubilare del  1950.  Così è rimasta fino alla notte del 1° ottobre 1983 quando con un gesto vandalico fu  segata alla base e gettata in un burrone. Immediatamente si costituì un comitato presieduto dal Senatore Giovanni Bersani che provvide alla costruzione di una nuova croce, inaugurata nel 1984, realizzata interamente in alluminio imbullonato con le stesse dimensioni della precedente: un’altezza di 14,80 metri,  un’apertura delle braccia di metri  6,20 ed un peso complessivo di ben  1300 chilogrammi.  Dalla vetta del Corno un breve tratto di crinale conduce alla seconda perla dell’Appennino, il lago Scaffaiolo. corno Un minuscolo specchio d’acqua perenne (privo di immissari e di emissari), placidamente adagiato lungo il crinale che separa il Tirreno dalla pianura Padana, fra le cui particolarità, con i suoi 1750 metri di quota, c’è anche quella di essere il bacino naturale più alto dell’intera catena dell’Appennino. Una serie di caratteristiche davvero uniche che hanno fatto nascere attorno a questo luogo un alone di mistero e di leggenda. Si racconta che il fondo del lago sia comunicante direttamente con l’inferno e che le anime dei dannati usino risalire fin sopra le sue acque per cercare sollievo dalle pene eterne. Per questo motivo se una mano benedetta ha l’ardire di gettare una pietra nel lago, proprio in quel punto dove il fondo dell’invaso si apre sull’inferno, improvvisamente si scatenano terribili bufere capaci di sollevar onde spaventose e di lanciare sassi a grande distanza. La spiegazione dell’origine di questa leggenda, riportata anche dal Boccaccio in una sua opera edita nel 1598, è abbastanza semplice e legata ai repentini cambiamenti di tempo che caratterizzano la zona. Tempeste improvvise, in grado di sollevare pietruzze come racconta la leggenda, e di trasformare questo luogo incantato in un vero inferno.  Ai bordi del lago sorge il rifugio Duca degli Abruzzi,  primo di tutto l’arco appenninico,  fu costruito nel 1878 per volontà delle sezioni Cai di Firenze  e di Bologna. Ma che il crinale del Corno alle Scale fosse un luogo difficile soprattutto per la resistenza di un edificio lo capirono ben presto anche i volonterosi soci del Cai che furono costretti ad intervenire più volte nel corso degli anni.  Non solo, oltre ai problemi legati al clima nel corso degli anni il rifugio fu soggetto anche a diversi atti vandalici che ne minarono a più riprese la durata. Così nel 1902 per iniziativa del comune di Cutigliano fu costruito un secondo rifugio che durò pochi anni  tanto da costringere nel 1911 il Cai di Bologna ad intervenire di nuovo. Il quarto rifugio fu inaugurato il 29 agosto 1926, questa volta affidato ad un custode riuscì a resistere fino al 3 novembre 1943 quando una pattuglia di militari tedeschi  lo incendiò. Negli anni Sessanta sorse il  prefabbricato di lamiera gialla che è durato oltre quarant’anni fino alla costruzione dell’attuale edificio in pietra  inaugurato  il 30 settembre 2001.

Contatore per siti