Davanti al camino

Storia, tradizioni e leggende del comune di Lizzano in Belvedere
CHIESINA-FARNE' (mt.709)

Dispersi ai piedi dei Monti della Riva i  borghi di Farnè e della vicina Chiesina (unite dalla superficialità del nostro linguaggio in un unico toponimo), potrebbero sembrare all’apparenza l’immagine dell’impermeabilità  tipica della montagna verso tutto ciò che è nuovo e diverso. Un luogo dove non ti aspetteresti mai che all’inizio del Novecento, mentre in tante grandi città italiane non si sapeva ancora nulla del  significato di parole come uguaglianza o socialismo, proprio quassù nasceva quella che Galileo Roda, con un’intuizione a dir poco straordinaria,  h
ca lanzia definito la “Repubblica rossa del Dardagna”. L’embrione di una società di persone libere e uguali, che visse una stagione brevissima, svanita nel giro di pochi mesi,  che ha lasciato negli abitanti di questi luoghi un senso di fiera autodeterminazione difficilmente riscontrabile altrove. Le motivazioni di ciò sono spiegate nella relazione inviata  il 10 ottobre 1920 dal sottoprefetto di Vergato al Ministero dell’Interno, stupito e preoccupato  di ciò che stava accadendo in quelle sconosciute valli  dell’Appennino: “… durante il periodo prebellico gli abitanti erano soliti emigrare temporaneamente all’estero in larga scala. Finita la guerra tale corrente migratoria è in gran parte cessate e molti di loro, al rientro al paesi d’origine, hanno portato con se e diffuso le nuove idee socialiste”.  Certo, la mancanza di lavoro, la povertà,  le malattie endemiche che falcidiavano gran parte dei neonati e le difficoltà di ogni tipo contro le quali dovevano quotidianamente lottate  gli abitanti di questi luoghi, rappresentavano  un terreno fertile per le idee importate dagli emigranti, ma una tale facilità di radicamento in un’area così ristretta e lontana dal mondo, indica forse qualcosa di più profondo che meriterebbe di essere indagato con maggiore attenzione. Ma forse c’è qualcosa di più  e di più antico, da collegare alla probabile discendenza “nordica” di queste genti, nei fatti così distante dal carattere conciliante degli emiliani. Un’origine confermata dalle tante memorie celtiche presenti  come l’usanza di mettere fuori delle abitazioni quei volti di pietra che tanto ricordano da vicino l’Irlanda, o il passaggio nel 1529 dei lanzichenecchi, uomini dalla statura enorme e di grande fierezza, che devono avere lasciato qualcosa di loro nei geni della popolazione locale a tal punto da fare scrivere nel 1781 all’abate Serafino Calindri: ”E’ un problema da sciogliere se una volta questo popolo  fosse di statura gigantesca, ovvero vi nascessero tra esso ad ogni tratto dei mostruosi giganti”.
Gente fiera e determinata nei loro principi e nelle loro tradizioni come dimostra anche la storia e le caratteristiche della chiesa che sorge a poca distanza da Farnè in un luogo che da allora prese il nome di Chiesina. Numerosi sono, infatti, gli elementi che la differenziano totalmente da tutte le altre della zona:  il primo è che questa chiesa, dedicata alla Madonna del Carmine,   non nacque per volontà popolare bensì dal desiderio di una singola persona,  un benestante, tal Pier Giuseppe  Fiocchi, che la fece edificare nel 1662 a sue spese dotandola anche degli arredi e delle suppellettili necessarie. La seconda caratteristica è che sulle pareti del campanile,  costruito nel 1730, sono presenti due volti di pietra prova del compromesso cui furono costrette le gerarchie ecclesiastiche. La convivenza di due simboli così diversi  fra  loro,  uno, i volti o mummie  di chiara origine pagana che gli abitanti della zona usavano porre a protezione degli edifici, l’altro, il campanile  prettamente cattolico, rappresenta un caso unico in tutto l’Appennino. Ma le stranezze non finiscono qui, all’interno della chiesa, accanto  ai consueti tre pozzi funerari cumulativi distinti per  uomini, donne e fanciulli, a Chiesina ne esisteva un quarto destinato alla sepoltura degli  acattolici. Un  fatto singolare, senza uguali, se pensiamo che nel 1600 l’unica religione conosciuta e praticata in zona era proprio quella cattolica, ma soprattutto un particolare  che avvalora  l’ipotesi della presenza di un gruppo di discendenti dei Lanzichenecchi che, ricordiamo, erano ferventi  Luterani e,  in quanto tali,  non avrebbero potuto essere sepolti assieme ai cattolici. Un fatto testimoniato anche dal ricordo di molti abitanti della zona che raccontano del ritrovamento durante i lavori di trasferimento del cimitero di ossa enormi, di tibie lunghissime e di crani dalla circonferenza smisurata, appunto dei resti di quegli “uomini dalla statura gigantesca” di cui ebbe a scrivere circa un secolo dopo l’abate Serafino Calindri.
Ma lasciamo  le ipotesi e torniamo a ciò che offre oggi il paese; il borgo di  Farnè conserva ancora  intatti i caratteri tipici dell’architettura tradizionale che avevano nella pietra il materiale dominante.  Una presenza forte, che segna il paesaggio e quasi lo domina con il suo colore ferrigno tipico della pietra locale e dona al paese un aspetto davvero unico.  chiesina
Ma la vera ricchezza della zona è la presenta di tanti minuscoli borghi che punteggiano la vallata: un miracolo di caparbietà che portò gli antichi abitanti ad insediarsi  in luoghi all’apparenza impossibili da vivere. Ne è l’esempio il minuscolo borgo di Ca’ Lanzi, arrampicato lungo i balzi della Riva ancora oggi raggiungibile solo a piedi e quasi completamente diroccato, a proposito del quale si racconta che fu proprio qui  che, dopo la battaglia di Gavinana, si fermarono alcuni Lanzichenecchi stanchi di combattere in giro per tutta Europa, dai quali deriverebbe il nome stesso del borgo. Ricordiamo che durante la permanenza di Carlo V a  Bologna il Papa chiese al Re l’invio di un nuovo contingente di truppe per stroncare  la resistenza dei fiorentini decisi a non riaccogliere più i Medici. L’Imperatore mandò truppe imperiali e spagnole al comando del principe d’Orange delle quali faceva parte anche un contingente composto da 7.000 Lanzichenecchi, soldati mercenari abilissimi nel combattimento caratterizzati da una statura enorme che li rendeva ancora più spaventosi. L’assedio di Firenze durò dieci mesi (1529-30) e finì con la capitolazione della città dopo la sconfitta patita dalle truppe fiorentine guidate da Francesco Ferrucci a  Gavivana, località dell’Appennino pistoiese che si trova ad un tiro di schioppo dalla valle del Dardagna. Proprio lungo questa valle saliva una delle strade di collegamento con la Toscana da dove transitarono probabilmente quella  che lo storico fiorentino Benedetto Varchi descrisse come: “una banda di Lanzi di riserva, seguita da altri Lanzi, dai colonnelli italici ed altri, che riaccese la battaglia che divenne tragica per gli uomini di Firenze”.  Capitolata Firenze i Lanzi furono licenziati e fatti rimpatriare, ma non tutti probabilmente tornarono nella loro terra d’origine ed alcuni potrebbero essere rimasti nel territorio dove avevano combattuto, sostato o transitato, dando vita a quella stirpe di uomini giganti  di cui abbiamo già parlato. Fra gli altri borghi meritano una visita Ca’ Julio dove è presente una casa-torre,  un portale con chiave di volta finemente scolpita ed un  piccolo oratorio dedicato a San Giuseppe. Qui sorgeva anche l’abitazione dell’illustre botanico Rodolfo Farneti. Oltrepassato il Dardagna ci troviamo di fronte ai Pianacci,  risalente al XVI secolo  come appare in alcune date incise su architravi mentre addentrandoci verso la Riva si trovano i due borghi di Ca’ Poli e di Ca’ Miglianti. Infine, salendo lungo la strada che collega con la Cà, di particolare pregio è il borgo di Ca’ Tonielli..

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