Davanti al camino

Storia, tradizioni e leggende del comune di Lizzano in Belvedere
LA CA' (mt.920)

Il nome stesso, La Cà, cioè la casa, testimonia le dimensioni che aveva in origine questo paese. Una casa, forse due, massimo tre, costruite verso la fine del XVII secolo, che sorgevano in quello che oggi con malcelato orgoglio viene definito il centro storico. Così questo minuscolo borgo è rimasto fino ai primi anni Ottanta quando, le caratteristiche ambientali ma soprattutto la vicinanza con il Corno alle Scale e le sue piste da sci, lo hanno trasformato nel terzo centro del Comune per numero di abitazioni.  Insomma, davvero uno strano destino per un paese che ha come nome La Ca’. D’altra parte proprio la presenza di tanti piccoli insediamenti è la caratteristica principale dell’alta valle del Dardagna.  Un’estrema frammentazione  frutto delle difficoltà ambientali ma soprattutto della diffusione fin dal Medioevo della piccola proprietà terriera che, contrariamente alle altre zone del territorio provinciale, qui in montagna era particolarmente diffusa. Case che prendevano il nome  del  suo fondatore, come  Ca’ Gabrielli cioè casa di Gabriele,  o da un particolare mestiere che vi si svolgeva, vedi Ca’ Corrieri, casa dei corrieri, oppure dalle caratteristiche fisiche come Le Frascare.  Una situazione che ha creato la nascita di tanti clan autonomi, quasi famigliari,   che vivevano chiusi, si sposavano quasi sempre fra di loro e che spesso si guardavano  in cagnesco, sempre pronti a dare vita a violente risse per un non nulla.  Un esempio è  l’antico rito delle nozze che ricorda nel suo cerimoniale il tempo in cui il  matrimonio fra giovani provenienti da borgate diverse non era visto di buon occca gabriellihio e, per questo, oggetto di scaramucce combattute anche a suon di schioppettate fra i rappresentanti dei due paesi. Un rito che  “A volte la disputa fra i rappresentanti dei due paesi  - scrive Adolfo Galassini -, poteva durare anche ore, senza successo, allora si ricorre al re del borgo ove abita la sposa. Spesso la parte del re, in veste di capo del borgo, viene svolta dal padre della sposa il quale, interrogato il promesso sposo, ed avendo udito dallo stesso che è venuto a cogliere la pianta pregiata del suo giardino, gli mostra una dopo l'altra diverse ragazze fra le quali anche le sorelle della sposa, ma nessuna viene riconosciuto dal pretendente come   la pianta desiderata.  Viene, infine, presentata la madre della promessa sposa alla  quale  il giovane   risponde  che  quella pianta è  buona  ma  troppo matura  e ne chiede il getto. Solo a questo punto entra la sposa, della quale il re ne esalta i pregi e ne raccomanda il giovane di averne cura. Quindi si parte per la funzione in chiesa”.
Tanti piccoli borghi, quindi, luoghi senza nessun lusso, nessuna magnificenza, solo quattro mura e un tetto, pietre grosse e finestre piccole, spazi comuni e forni per il pane, ingentiliti dalla presenza di figure e scritte ma soprattutto caratterizzati da quei buffi comignoli rotondi sormontati da pietre che si trovano solo qui, in questa ristretta zona dell’Appennino.  Come non rimanere affascinati ad esempio dal borgo del Torlaino con i suoi tetti in lastre di arenaria (piagne), le date e le scritte tracciate  sugli stipiti di porte e finestre, il prezioso ostensorio scolpito sulla chiave di volta di un portale settecentesco ed i suoi comignoli rotondi disposti in maniera a dir poco scenografica.   O non rimanere colpiti dalla casa del Guercio, che si favoleggia fosse l’abitazione del potente capo di una feroce banda di briganti così chiamato perché privo di un occhio. L’edificio è  caratterizzato dalla presenza di numerose scritte e sculture: una “mamma”, sporgenza semisferica  che richiama la sagoma di una mammella,  una testa  raffigurante un volto assimetrico con un occhio chiuso che ritrarrebbe il proprietario,  infine alcune  pietre scritte  che denotano una certa, orgogliosa, insolenza: “matto è chi legge chi ascolta è peggio”, o ancora “scito ho sto saso con punte e mazoti che non lo vuol guardar si cava gli ochi”, ed infine  “bene o male che sia fata, con le mane l’o stampata, a chi non li par fata bone serà poi un bel coglione”.  Altro borgo pieno di fascino è quello di Ca’ Corrieri,  il cui nome è da porre in relazione con i corrieri, in pratica gli antici postini (detti anche caballari se viaggiavano a cavallo o cursores se a piedi). Tale servizio nel Cinquecento era organizzato con punti di ristoro fissi torlaino posti lungo le principali vie percorse dai corrieri che proprio da qui transitavano nel tragitto da e per la Toscana. Infine il borgo di Cà Gabrielli  perfettamente conservato nei suoi elementi tipici, dotato di un caratteristico lavatoio con porticato e di un grande volto di pietra baffuto che troneggia su una parete raffigurante  Giovanni Agostini, il capostipite della facoltosa famiglia proprietaria dell’intero borgo. E’ a lui che si deve infatti nel 1792 la costruzione anche dell’oratorio dopo una lunga trattativa con l’allora parroco di Vidiciatico che, timoroso di perdere potere e denaro,  gli impose: “che in detta chiesina non si possa mai cantar messa solenne nel giorno della festa del Santo Titolare (San Pietro),  mantener la cera necessaria quando sarà portato il SS.mo Sacramento o qualche infermo,  che tutte le offerte che  si faranno in detta chiesa debonsi consegnare alla parrocchia di Vidiciatico, infine la libertà per il parroco di Vidiciatico di potere celebrare al suo interno la messa in qualunque tempo ed in qualunque giorno”. Salendo verso il Corno alle Scale si trova invece il borgo di Cà Gianinoni già presente fin dal 1736 e dove esiste un oratorio risalente a XVIII secolo dedicato alla Madonna del Buon Consiglio.