Davanti al camino

Storia, tradizioni e leggende del comune di Lizzano in Belvedere
LIZZANO IN BELVEDERE (mt.640)

Si narra che anticamente questa  zona fu  il rifugio di  una comunità cristiana sfuggita dalle persecuzioni. Una “massa poenitentium”,  che diede vita al primo villaggio chiamato  Lizzano della Massa e   poi Massa Lizzano ed infine  Lizzan Matto, termine utilizzato fino al 1599. Un luogo quindi non di “matti”,  bensì di rifugio e di preghiera, attorno al quale l’Esarcato bizantino costruì un’antichissima pieve con annesso  battistero, cui affidò il compito di chiesa lizzano custodire il suo confine occidentale. Ma se l’origine del termine massa (comunità) è chiara   ciò che  rimane ancora  un mistero è la derivazione del nome Lizzano accostato da alcuni  studiosi ad un altro episodio storico, la possibile ubicazione della “Sylva Litana”, individuata dallo storico Tito Livio presso le sorgenti dello Scotenna e diventata celebre per la sconfitta patita nel 214 a.C. dall’esercito romano per opera dei Galli Boi. Non va dimenticato che lo Scotenna, che poi è l’antico nome del Panaro, nasce proprio dalla confluenza del Fellicarolo, dell’Ospitale  e del Dardagna, il quale è il più occidentale dei corsi d’acqua che formano lo Scotenna-Panaro. Una foresta immensa ed impenetrabile che si estendeva fino al versante Toscano dove, fra l’altro, esiste anche un altro paese con il nome di Lizzano.   Quindi una Massa, cioè una comunità di persone, formatasi nei pressi della Sylva Litana,  da cui il nome Massa Lizzano diventato poi col tempo l’attuale Lizzano.  E’ difficile dire quanto di vero ci sia in queste ipotesi, di certo è che già nel 753, in occasione della stesura del famoso diploma di Astolfo,  qui esisteva  già un paese  cui facevano capo (cum viculis suis), tutti gli altri borghi  del territorio.  
Ma se questa è la parte più antica della storia di Lizzano ciò che  lo caratterizza da sempre è un  altro aspetto, forse meno blasonato ma più concreto: il suono  ritmato del maglio. Qui erano presenti infatti numerose officine, chiamate anticamente magone, dalle quali potrebbe derivare anche l’antico soprannome dato agli abitanti di Lizzano, detti  appunto  magoni, cioè uomini abili nella lavorazione del ferro. Accanto alla fiorente produzione artigianale di arnesi presente fin dal ‘700 ed apprezzati per la loro qualità “nel Bolognese, Ferrarese, Marca Anconetana, Toscana ed altri Paesi ancora più lontani”, a  partire dall’Ottocento nacquero nei pressi di Lizzano le prime ferriere.  La presenza di corsi d’acqua,  i folti boschi che assicuravano una buona disponibilità di carbone e l’abilità dimostrata dagli artigiani locali, indussero alcuni imprenditori ad impiantare proprio quassù le prime industrie manifatture dell’alto Appennino. Una tradizione che prosegue ancora oggi nelle fabbriche  presenti in località Panigale dove esiste una produzione di lame da neve la cui qualità è riconosciuta in tutto il mondo.
Ma torniamo al paese, oggi dell’antica pieve, dalle semplici forme romaniche a tre navate separate da colonne monolitiche in arenaria,  restano solo alcune foto sbiadite in quanto il suo posto è stato preso da un edificio di tutt’altro stile, dalle forme dilatate,  ispirato forse più dall’ambizione che da necessità reali.  L’attuale chiesa, costruita nel  1935 su progetto dell’ingegner Giuseppe Gualandi di Bologna, si presenta a pianta centrale coperta da cupola ed affiancata da un imponente campanile in pietra innalzato nel  1960. Anche internamente  l’edificio non propone opere di rilievo se non tre tele seicentesche appese nel coro provenienti dalla  vecchia pieve: una, posta sopra la porta della canonica datata 1620, raffigurante il Santo Patrono Mamante, San Marco ed in alto l’incoronazione della Madonna, un’altra che riproduce i Santi  Rocco e Sebastiano con in alto la Madonna del Carmine del 1632, ed una terza, un  bellissimo Sant’Antonio Abate, risalente al 1610. Tutto il resto è moderno, tuttavia le lapidi e le numerose scritte presenti a ricordo dei vari interventi effettuati dalla sua costruzione ad oggi  testimoniano l’attaccamento che i parrocchiani nutrono verso la loro nuova chiesa.   lizzano
Ma l’edifico che da sempre caratterizza il paese è il “delubro”. In realtà  questo edificio, a base ellittica  con volta semisferica e piccola abside,  non fu mai un delubro nel senso etimologico del termine, cioè un tempietto pagano, bensì il battistero della pieve alla quale era collegato tramite una porta interna. La forma, molto simile alle pievi ravennati, e l’origine bizantina della chiesa, hanno tratto in errore molti studiosi che hanno attribuito a questo edificio, oggi scollegato dal restante complesso ecclesiastico, una funzione di tempietto che non ha mai avuto. Un cambio d’uso che non scalfisce minimamente   l’antichità e l’importanza né di questo edificio, né della vicina pieve battesimale che qui, prima ed unica in tutta la zona, sorgeva fin dal 753.
Dell’antica struttura di questo borgo, disposto un tempo  lungo la strada che dalla piazza saliva verso  la chiesa, rimane oggi  ben poco. Dalla fine dell’Ottocento con l’arrivo della strada di collegamento fra Fanano e Porretta l’aspetto del paese è cambiato profondamente  con la distribuzione delle case lungo il nuovo asse stradale e la conseguente modifica dell’impianto urbanistico originario.  Per questo occorre un certo impegno   per scoprire  i pochi resti  ancora presenti della Lizzano che fu, come  la zona a monte della piazza che presenta la tipica tipologia di una casa-torre con caratteristico voltone, oppure la casa natale del governatore e poeta Bernardo Gasperini databile attorno al 1600 dotata di torretta centrale oggi perfettamente  restaurata o il borgo del Fondaccio, così chiamato non solo perché era  la parte più a valle del paese ma perché qui esisteva un piccolo lago (una “fonda”, cioè una concavità del suolo dove nasceva l’acqua),  dove sono presenti i resti di una finestra quattrocentesca con mensola concava e un portale accecato di stile trecentesco.
Fra gli edifici del paese ve ne è uno, posto proprio  all’entrata, che suscita una certa curiosità per le sue forme vagamente  aristocratiche. E’  l’ex ospizio  ferrarese costruito nel 1922 dall’opera pia Ospizi Marini e Montani di Ferrara.  Nel 1918, dopo alcuni anni di pausa, l’Opera Pia  che si occupava dell’assistenza ai fanciulli indigenti decise di riprendere la sua attività e, non riuscendo a trovare un posto adatto al mare, decise di tentare un esperimento in montagna scegliendo proprio Lizzano. Prima affittò la villetta chiamata “Martignano” e poi l’acquistò ampliandola  fino ad arrivare all’attuale aspetto allungato, con piccola cappella laterale realizzata in pietra  secondo la migliore tradizione degli scalpellini locali. La struttura ha funzionato fino agli ani Settanta  ospitando centinaia di ragazzi bisognosi provenienti da tutta la Provincia di Ferrara. sasso
Nei pressi di Lizzano si trovano due antichissimi borghi;  il primo posto lungo la strada che conduce a Pianaccio è quello di Casale, nato come luogo fortificato a controllo della strada medioevale che risaliva la valle del Silla  verso la Toscana e dove fu  trovata una statuetta d’origine etrusca raffigurante il dio Vertunno della quale non si hanno più notizie. L’altro è il borgo di Sasso, fra i più antichi della zona citato fin dal 753 e dimora, si racconta, della leggendaria regina Silla. Qui è possibile osservare  i resti della  casa della podesteria (cioè la sede del Comune) citata  fin dal 1381,  che presenta un portale a tutto sesto del XIII secolo ed una finestra  datata 1449, mentre il borgo è arricchito dalla presenza di un piccolo oratorio dedicato alla Beata Vergine Annunziata, costruito a capanna con un solo altare del quale si hanno notizie fin dal 1567.  All’interno dell’oratorio, nella sua struttura attuale del 1875,  è conservata  una bellissima pila dell’acquasanta in pietra scolpita raffigurante una mano che sostiene il recipiente dell’acqua. Un luogo antico e nobile non a caso scelto da Galeazzo Castelli come sede amministrativa della sua contea. Siamo nel 1515 anno in cui Leone X venne a Bologna per l’incoronazione del re di Francia Ludovico I, prima di ripartire il Papa creò diverse contee fra le quali quella di Belvedere costituita accorpando i due comuni autonomi di Belvedere e di Rocca Corneta. Va detto subito che Galeazzo Castelli si comportò da gran signore e, nonostante il  breve periodo in cui governò sulla contea soppressa 19 anni dopo nel 1532 da papa Clemente VII,  realizzò  numerose opere arricchendo il territorio con la costruzione di importanti edifici tutti  caratterizzati dalla presenza di grandi camini fra i quali quello davvero enorme oggi conservato nella casa delle Catinelle di Poggiolforato proveniente dal castello del Belvedere.  Dell’edificio scelto come dimora dal conte Castelli rimangono oggi oltre al nome della località (La Torre), anche i resti di una torre  militare mozzata  con un portare Trecentesco accecato.
Ma torniamo all’elemento che caratterizza Lizzano: le ferriere. Per almeno due secoli nella zona hanno funzionato tre mulini che svolgevano anche l’attività di affilatura degli attrezzi e di follatura dei panni. A partire dai primi dell’Ottocento questi edifici furono trasformati, anche con importanti modifiche strutturali, proprio in quelle ferriere  che  hanno avuto un ruolo fondamentale  nella storia e nello sviluppo di Lizzano. Tre gli edifici storici ancora presenti nella valle del Silla: a Porchia, a Panigale di Sopra e a Panigale di Sotto. Cominciamo da Porchia il cui nome deriva dal latino “portula” diminutivo di porta d’accesso o passo, e chi conosce il luogo  sa bene che si tratta del punto  più stretto della valle nonché passaggio obbligato d’accesso verso la Toscana. Qui, nel 1826, la società di Egidio Succi e Tommaso Francia impiantò la prima ferriera del territorio che è rimasta attiva fino alla fine dell’Ottocento quando fu trasformata in una centrale idroelettrica tornata in funzione da alcuni anni  grazie alla tenacia dell’attuale proprietario. Accanto alla ferriera è presente un antico oratorio oggi abbandonato dedicato a San Giovanni Battista edificato alla fine del Seicento ed interamente ricostruito nel 1895. Scendendo più a valle troviamo la ferriera di Panigale di Sopra, un antico mulino da farina riconvertito nel 1825 in ferriera dalla ditta Succi-Francia,  ancora in parte conservata. Poche centinaia di metri ed ecco la terza ferriera, quella di Panigale di Sotto, avviata nel 1827 dalla ditta bolognese Bontempelli-Lodi oggi di proprietà della famiglia Lenzi, è rimasta in funzione fino agli anni Novanta.  Dal  2007, grazie all’intervento di recupero effettuato dal  Parco Corno alle Scale, la ferriera è stata trasformata in un piccolo museo. Entrando nelle ampie sale si ha la sensazione che gli operai abbiano smesso di lavorare da poche ore:  le strutture murarie ancora intatte ed annerite dal fumo, gli antichi magli ad acqua  ed i numerosi attrezzi appesi alle pareti, ne fanno un luogo davvero unico.  Un museo dell’ingegno e della fatica umana dove generazioni di lizzanesi hanno prodotto  vanghe, badili, aratri e poi assi per carri e vomeri.  Fu proprio dall’esperienza accumulata nella produzione degli aratri che nel 1934 Giovanni Assaloni, un artigiano d’origine friulana trapiantato a Lizzano, cominciò a studiare la possibilità di realizzare una lama sgombraneve assolutamente innovativa. La curvatura, che riprendeva la forma dell’aratro, consentiva infatti di scaricare la neve all’esterno evitando  l’accumulo del materiale che altrimenti nessun mezzo sarebbe  riuscito a spingere in avanti. Fu l’inizio di una produzione, poi diventata industriale grazie all’arrivo in azienda dei fratelli Carlo e Luigi Assaloni, ancora oggi conosciuta e apprezzata in tutto il mondo.

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