Davanti al camino

Storia, tradizioni e leggende del comune di Lizzano in Belvedere
MONTE ACUTO DELLE ALPI (mt. 915)

Qui, al riparo delle sue possenti mura, sostavano commercianti di spezie e di stoffe in transito per la Toscana, c’erano locande piene di vita e di belle donne e la ricchezza dei suoi abitanti era inferiore solo a quella delle grandi città. Arroccato su un cucuzzolo,  inavvicinabile come il nido di un rapace, il castello di Monte Acuto  ha rappresentato per buona parte del Medioevo il cuore dei traffici fra Bologna e Pistoia. Una fortezza ricca e potente a tal punto che nel 1298, all’atto della firma della pace fra 
monte acuto Bologna e Pistoia, questi ultimi pretesero  che lo stesso patto fosse siglato  anche dai rappresentanti di Monte Acuto. Ovviamente   abitante all’interno di  un castello di tale  importanza comportava rischi e pericoli, così fra il 1307 ed il 1322 le cronache dell’epoca riferiscono di ripetuti  assalti compiuti sia dalle numerose bande di briganti che infestavano la zona, sia dalle truppe pistoiesi: “nel 1311 il Senato bolognese   lo affidò a Guidotto da Melo il quale nell’anno che seguì ebbe a lottare per quaranta giorni contro le orde di Gualtiero da Cuzzano…. liberato da questi Monteacuto fu nel 1316 aggredito dai ghibellini toscani, che circondatolo, ne tentarono per più di un mese la conquista… il Senato Bolognese per meglio assicurarsi di questo luogo, lo diede in custodia alle società dei Balzani e dei Calzolai …. nel 1322 il paese ebbe un nuovo e più disperato assedio dei fuoriusciti i quali, sbucati dalle lor tane,  vennero d’improvviso a circondarlo,  tagliandogli gli acquedotti ed ogni altro mezzo di comunicazione”. (Calindri, 1781).   Dopo quest’ultima incursione tutto filò liscio fino alla fine del 1300 quando gli abitanti di Monte Acuto vennero a lite con quelli di Belvedere (l’altro comune autonomo presente nella zona) e proprio il frutto di queste lotte interne, assieme allo sviluppo di nuove strade più comode per il commercio,  ne decretarono il declino.
Perduta l’importanza commerciale ed il facile benessere  la posizione del paese costrinse i suoi abitanti per sopravvivere ad utilizzare l’unico elemento che  avevano in abbondanza, il bosco, diventando degli abili spaccalegna e dei carbonai espertissimi apprezzati ovunque. Il loro era un lavoro duro che li costringeva ad emigrare per parecchi  mesi l’anno in  Maremma, in Corsica o in Francia. Partivano in autunno, subito dopo la “castgnadura”,  in squadre composte da una decina di persone dotate oltre che dell’attrezzatura necessaria anche delle poche vettovaglie che potevano permettersi:  un sacco di farina gialla, qualche formaggio ed un po’ di sale.  Giunti sul posto per prima cosa tiravano su una capanna, la coprivano alla bene meglio  e preparavano le “rappazole”, i giacigli fatti con rami e frasche. Alla mattina una fetta di polenta arrostita e via, si cominciava a tagliare con l’accetta e così da fino a quando presi dai morsi della fame mandavano il “meo”, cioè il ragazzo più giovane della squadra, il meno esperto (e quindi produttivo), a preparare il pasto. E poi ancora via nella macchia a tagliare senza sosta,  giorno dopo giorno,  per intere settimane fino a lavoro compiuto. Finito il taglio cominciavano a preparare le carbonaie, prima si conficcava un palo nel terreno  e poi si sistemavano tutt’attorno i tondelli di legno con l’accortezza però di lasciare libero il camino, cioè il centro  della catasta, che veniva ultimata con alcuni giri di rami più sottili ed uno di terra. Finalmente la carbonaia era pronta e si passata all’accensione, dal camino posto in alto venivano calate le braci prontamente ricoperte con altra legna fino alla chiusura ermetica della  bocca. Ma il lavoro non era finito, anzi cominciava la parte più difficile per questo destinata ai più  anziani della squadra, cioè il controllo della carbonaia:  si sentiva con le mani e con  una pertica dove bruciava di più e dove meno e si cominciava a correggere il fuoco aprendo e chiudendo delle fessure (arfummi). Guai, infatti, se il fuoco fosse “scappato” perché tutta la legna si sarebbe trasformata in cenere e con essa la sospirata paga. E così per alcuni giorni di veglia ininterrotta fino a quando la carbonaia, come inghiottita dalla terra, cominciava ad abbassarsi ed il carbone era pronto.
Oggi dell’antico castello di Monte Acuto delle Alpi descritto come “circuito da doppio muro, da unachiesa macuto fossa profonda e da forti bastioni” da un lato  e difeso “da un fiume e da un torrente alla base del monte” dall’altro,  non rimane più nulla  se non il ricordo nei vecchi nomi di alcune strade come il Fossato e la Torre sui quali c’è ben poco da aggiungere, o il Cingiarello,  che deriva dal verbo latino cingere, cioè cinto, circondato.   Nonostante ciò,  percorrendo le strette viuzze del paese si ha netta la sensazione di compiere un tuffo in un passato antichissimo, in grado ancora oggi di incutere rispetto e timore. Sarà perché l’intero paese è percorribile solo a piedi, sarà perché ogni edificio è un pezzo di storia a se stante, o per la bellezza mozzafiato del panorama che si svela all’improvviso ad ogni passo, ma visitare Monte Acuto è davvero qualcosa di unico,  una sensazione difficile da descrivere con le parole.
Nella parte alta del paese è possibile ammirare la chiesa dedicata a San Nicolò che si affaccia su  una quieta piazzetta acciottolata. Frutto dei  diversi interventi compiuti sulla struttura originaria risalente al X secolo, esternamente la chiesa è caratterizzata dalla presenza di un portico a tre arcate con a fianco un robusto campanile in pietra. Ma è al suo interno che la chiesa di Monte Acuto offre  il meglio di se, la pavimentazione irregolare in lastroni di arenaria, l’elegante acquasantiera del 1712 che ti accoglie al suo ingresso, ma soprattutto  la presenza di alcune opere d’arte di enorme valore, fanno di questo edificio un luogo di grande suggestione.  Entrando si è colpiti dal monumentale crocifisso intagliato nel legno attribuito allo scultore  veneto Andrea Brustolon (1662-1732). Si tratta di un’opera di notevoli dimensioni (1,70  di altezza) dalle forme straordinariamente realistiche con il costato modellato in maniera perfetta, l’addome incavato a testimonianza delle sofferenze patite dal Redentore ed il  volto che trasmette un senso di dolce abbandono, elementi che fanno di quest’opera una delle rappresentazioni dell’agonia di Cristo fra le più toccanti dell’Appennino bolognese. La seconda opera  presente è la grande pala opera del pittore Pietro Faccini (1562-1602) allievo di Annibale Carracci raffigurante i Santi Nicola, Giacomo e Lorenzo in contemplazione della Trinità. Santi, in  particolare Nicola e Giacomo, protettori dei viandanti, dei pellegrini e dei commercianti che ben si addicono alle origini mercantili di questo borgo nella cui raffigurazione, così carica di significati, sintetizzano e trasmettono in maniera esemplare le vicende umane e storiche di quest’antica comunità. Oltre la chiesa una breve passeggiata conduce al Pratino da dove si gode un bellissimo panorama sulla  sottostante valle del Silla, mentre  percorrendo le viuzze del paese è possibile imbattersi in date, simboli e immagini religiose che completano la ricchezza  architettonica del paese.
Dal centro di Monte Acuto parte un comodo sentiero che in poco tempo conduce al santuario della Madonna del Faggio la cui notorietà si deve al regista bolognese Pupi Avati che lo scelse per girare alcune delle scene del film “Una gita scolastica”. Da allora il Faggio, come familiarmente è chiamato dagli abitanti della zona, è diventato una meta conosciuta e visitata in ogni stagione dell’anno. La posizione incastonata dentro la stretta valle del Baricello,   la luce soffusa  affievolita dalla fitta boscaglia unite al silenzio rotto solo dallo scorrere dell’acqua,  fanno di questo luogo un posto  intimo, che induce naturalmente alla meditazione ed al dialogo con Dio. Dell’origine del santuario si hanno notizie certe e documentate  che fanno risalire la costruzione al 1722 anche se “sono da cinquant’anni - cita lo stesso documento - che ritrovandosi nella parrocchia di S.M. Vergine del Castelluccio, in luogo detto Rio Scorticato, una Madonna col Figlio in braccio di terra cotta posta in un faggio”. La ricca documentazione riporta con dovizia di particolari di numerosi prodigi attribuiti a questa Madonna la cui caratteristica però non è tanto quella di intervenire sui singoli  come accade per tutti gli altri santuari dell’Appennino, bensì sulle necessità collettive: dalla scampata siccità, allo scioglimento  di impreviste e dannose nevicate primaverili, fino agli interventi a protezione del raccolto delle castagne. santuario faggio
Oggi l’edificio, frutto di numerosi interventi eseguiti nei secoli, si presenta in tutta la sua armoniosa bellezza di forma a capanna, con porticato antistante  e campanile, mentre sul retro  è presenta una piccola abitazione  utilizzata dal “romito”, un laico che decideva di abbandonare tutto e di dedicare la sua vita alla custodia del Santuario. Un eremita appunto, che viveva in perenne simbiosi con la chiesa nonostante le difficoltà derivanti dall’abitare in un luogo così impervio ed inospitale soprattutto in inverno quando la neve spesso supera il metro d’altezza, il freddo è pungente e la luce del sole fa capolino per poche ore il  giorno. Al di la di quello che si potrebbe pensare quella del romito non è una figura arcaica, legata ai secoli passati,  bensì attualissima se pensiamo che l’ultimo eremita del Faggio,  Gino Ronchi,    è rimasto in carica (perché per svolgere questa funzione occorreva un’apposta autorizzazione della Curia) fino al 1964. Infine, dietro la chiesa un piccolo altare rupestre ricorda il luogo dove apparve la Madonna mentre l’immagine originaria in terracotta, risalente alla seconda metà del Seicento, è rimasta custodita all’intero del Santuario fino al 1975 quando è stata rubata e per questo sostituita da una copia  realizzata da Giuseppe Pranzini di Castelluccio. Ma la posizione del Santuario, posto a metà fra Monte Acuto e Castelluccio,  ha fatto nascere una profonda rivalità fra i due paesi. Ancora oggi si ricordano  le schermaglie combattute a squarciagola  fra i pellegrini dei due paesi: “La Madonna è nostra”, usavano intonare all’arrivo sul ponte quelli di Monte Acuto il giorno della festa, il 26 luglio,  prontamente rimbeccati da quelli di Castelluccio ”La Madonna l’è nostra quanto vostra” oppure, secondo altre testimonianze, con un ben più perentorio “L’è più nostra che vostra!!".

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