Davanti al camino

Storia, tradizioni e leggende del comune di Lizzano in Belvedere
QUERCIOLA (mt. 823)

Sacro e profano s’intrecciano profondamente nella giovane storia di Querciola. Il racconto dei fiori secchi  prodigiosamente sbocciati in pieno inverno, e la disputa sorta sulla gestione delle ricche rimesse degli emigranti; sono i due elementi dai quali 155 anni fa nacque il paese.  Adagiata sulla serra che divide le due valli del Silla e del Dardagna grazie alla sua felice posizione,  Querciola si è sviluppata  in poco tempo fino a diventare oggi  il terzo centro del Comune per abitanti ed importanza.

Ma torniamo alla storia, siamo nei primi anni dell’Ottocento, all’epoca non esisteva un  paese ma solo alcune case di contadini che, come era uso in zona, ogni anno nel mese di maggio si recavano in pellegrinaggio a San Luca. Fra questi c’era anche Pietro Vighi che abitava ai piedi del Monte Belvedere il quale, assieme ad altri due paesani, decise di acquistare un’immagine in terracotta della Madonna e di collocarla al  suo rientro su un albero, appunto una quercia, posta esattamente nel luogo dove sorge oggi la chiesa. In breve tempo l’immagine divenne oggetto di intenso culto e la tradizione popolare racconta di fatti prodigiosi  accaduti come quello di un mazzo di fiori secchi ritrovati nel mese di gennaio incredibilmente fioriti e “freschi come appena tolti dal giardino”, o di alcune inspiegabili guarigioni tanto da fare diventare il tronco dell’albero una sorta di ex-voto ricoperto da stampelle e tavolette votive.  Nel 1855 quando “il terribile morbo del colera funestava le contrade d’Italia le persone di questi contorni, di fronte a questi pericoli, ricorsero alla Madonna, quella appesa alla  querciola quercia”. Tantissimi fedeli provenienti anche dai vicini comuni di Gaggio Montano, Montese e Fanano si rivolsero a Lei e prodigiosamente qui il colera non fece nessuna vittima.  La gente del posto decise allora di raccogliere delle offerte e di  donare il terreno per la costruzione di un oratorio i cui lavori terminarono nella primavera del  1856.  Si trattava di un edificio di modeste dimensioni, lungo appena nove metri e largo cinque, dotato di un altare, inaugurato ufficialmente il 22 settembre 1859.    Ma è quarant’anni  dopo, nel 1899, con l’arrivo di don Leopoldo Lenzi che la chiesetta fu ulteriormente ampliata ma soprattutto furono poste le basi per la nascita  del paese. E’ infatti a questa bizzarra figura di sacerdote, un po’ poeta (celebri sono le sue zirudelle) ed un po’ contadino come il saggio Bertoldo, che si deve lo sviluppo del borgo ed a lui l’appellativo di “Fondatore della Querciola”.
Ma cosa centrano in tutto ciò le rimesse degli emigranti?  Diciamo subito nel 1904 don Lenzi, sulla scorta di tante altre iniziative simili nate un po’ in tutta Italia, aveva creato una pia associazione di emigranti che fruttava alla chiesa un discreto gruzzoletto. Così, se fino a quel momento le vicende di Querciola, posta esattamente sul confine fra le parrocchie di Lizzano, Rocca e Grecchia,  non erano interessate a nessuno, le rimesse degli emigranti cambiarono radicalmente la situazione e scatenarono un dissidio anche aspro fra i tre parroci. L’abile ed astuto don Lenzi sfruttando la situazione  riuscì ad ottenere prima, nel 1912, dall’arcivescovo di Bologna  un decreto che elevò l’oratorio a santuario e poi, il 24 gennaio 1931, la nascita di una parrocchia autonoma. Nel frattempo attorno alla chiesa si era sviluppato  il nucleo originario del borgo diventato oggi, grazie alla sua posizione particolarmente soleggiata e panoramica,  un luogo ideale per la villeggiatura con la  presenza di numerose seconde case.
Ovviamente per la giovane età Querciola non presenta strutture architettoniche di rilievo, qui a farla da padrone è il paesaggio ed i panorami mozzafiato che consentono una visione a 360 gradi sulla valle del Silla, da Monte Acuto delle Alpi al Corno alle Scale ed oltre fino al Cimone.
A nord del paese sorge il Monte Belvedere (m.1139) sulla cui vetta è possibile osservare  i resti del castello costruito nel 1227 dal comune di Bologna. Secondo l’Abate Serafino  Calindri il castello si presentava: ".. di figura irregolare, ma approssimavasi ad un trapezio, aveva una porta con ponte elevatojo difesa da una torre dalla parte che guarda il Modenese, aveva un'altra torre nella estremità dell'interno cassero, e nella parte più alta della vetta del Monte, nel qual è costruita, ed aveva cassero, contro cassero e spianara". Effettivamente, dal rilievo effettuato e dalle conoscenze costruttive tipiche dell'epoca, la descrizione coincide perfettamente con quanto svelano i pochi resti del castello ancora presenti.  L'edificio ha una lunghezza di 72 metri circa ed una larghezza di 20 nel lato più grande e di 8 metri in quello minore, appunto una forma trapezoidale dovuta alle caratteristiche morfologiche del monte del quale occupava l'intera sommità. resti castelloEra circondato  da mura alte 10 metri con uno spessore di un metro e mezzo costruite al “opus quadratum”, cioè utilizzando grossi blocchi di arenaria sommariamente squadrati e disposti su due file.  Una fortezza, quindi, possente e ben difesa, ma tutto sommato di dimensioni ridotte, che aveva il duplice scopo di proteggere la piccola guarnigione (13 soldati in tutto) e di avvisare la città dell’eventuale pericolo. In mancanza di mezzi di comunicazione i bolognesi avevano escogitato per questo un sistema semplice ma efficace: in caso di pericolo notturno il capitano doveva esporre sulla torre più alta tre lumi, ripetendo l'operazione finché non avesse ricevuto risposta dal castello vicino e così, di castello in castello, fino a raggiungere Bologna dove i guardiani della torre degli Asinelli avvisavano del pericolo l'intera città.  Durante il giorno i lumi erano sostituiti da segnali di fumo. La notizia dell'ultimo castellano, tal Giacomo di Bartolomeo, risale al 1401 mentre i mutamenti storici ed amministrativi intervenuti negli anni successivi fecero venire meno il valore militare di questo castello che fu abbandonato definitivamente alcuni anni dopo e poi quasi completamente distrutto ad opera degli stessi abitanti del luogo che avevano l’abitudine di utilizzare le sue pietre come prezioso materiale da costruzione. Ma la vetta di questo monte rappresenta anche un balcone naturale di straordinaria bellezza che consente di avere una visione  completa del  territorio comunale e della sua conformazione separata da due valli,  il Silla ad Est ed il Dardagna ad Ovest,  divide quasi esattamente a metà dallo spartiacque formato dai monti La Nuda (m.1827),  Grande (m.1531) e Belvedere (m.1139). La pozione del Monte Belvedere ne ha fatto sa sempre un luogo di grande importanza strategica. Lo fu durante il Medioevo e lo divenne anche durante il secondo conflitto mondiale quando entrò a fare parte della Linea Gotica  che fermò l’avanzata delle truppe alleate per sette mesi, dall’autunno del 1944 al  febbraio del 1945.  Caduta Firenze l’esercito tedesco in Italia agli ordini di Kesselring aveva cominciato a ritirarsi verso l’Appennino, lo inseguivano agli ordini del maresciallo inglese Sir Harold Alexander  due armate alleate, la  5° americana ad occidente e l’8° inglese ad oriente. Rapidamente fra agosto e settembre  gli alleati avevano liberato Lucca e Pistoia è a questo punto che,  giunti sull’Appennino le cose si complicarono. Kesselring, infatti,   era riuscito a  raggiungere la Linea Gotica, il lungo baluardo  fortificato che tagliava in due  fermò la guerra sul fronte italiano per altri sette mesi. Una situazione di stallo, dovuta in parte  alle difficoltà ambientali ma soprattutto alla scelta strategica compiuta dal comando alleato di rafforzare il fronte occidentale sottraendo alla campagna d’Italia ben 5 divisioni. Determinante fu l’arrivo della 10° divisione da montagna americana, l’unità specializzata nella guerra in alta quota. Si arrivò così al mese di febbraio del 1945 quando finalmente giunse l’ordine di attacco. Il 19 febbraio gli americani conquistarono  a sorpresa il crinale del Monte Riva mentre il giorno successivo cominciò l’attacco  al Monte Belvedere.  Qui, perduto l’effetto sorpresa, la reazione tedesca fu rabbiosa, un intenso fuoco di sbarramento con mortai, cannoni e mitragliatrici, resero  molto difficile l’avanzata degli americani che dopo oltre un’ora di combattimenti erano  riusciti a procedere di soli 300 metri. Conquistato il Belvedere, nei giorni successivi  gli alleati s’impossessano di tutte le altre postazioni lungo la linea Gotica fino al definitivo collasso delle truppe tedesche che portò pochi mesi dopo alla liberazione dell’Italia.

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