Davanti al camino

Storia, tradizioni e leggende del comune di Lizzano in Belvedere
ROCCA CORNETA (mt. 613)

Per chi si accinge a visitare  Rocca Corneta sorge spontaneo domandarsi dove sia il paese. In questo senso anche la burocrazia non ci aiuta identificando  come centro le poche casupole a
torre roccadiacenti alla chiesa e dando un altro nome, Ca’ Giannone, a quelle immediatamente vicine poste lungo la  provinciale.  Per il resto sono una miriade di piccoli borghi e di case sparse disseminate sul territorio posto  all’estremo lembo orientale del comune di Lizzano in Belvedere. Una caratteristica che deriva  sia dalla vocazione agricola di questa zona ancora oggi fortemente radicata nel tessuto sociale, sia dalla diffusione della proprietà terriera.  Si dice (perché documenti in proposito non ce ne sono) che l’origine di questi luoghi sia antichissima: “Piacque ad alcuni storici di dedurla da emigranti di Toscana, dopo la sottomissione dell’Etruria fatta da Fabio Massino l’anno 473 di Roma - scrive Luigi Ruggeri -, vollero altri che l’Appennino occidentale si popolasse di Frignanesi; e pretesero taluni che fosse invece abitata da esuli romani al tempo delle proscrizioni di Silla. Forse il vero sta di quelli che suppongono i fuoriusciti di Firenze e di Bologna avere popolato queste montagne nei primi secoli dopo le invasioni dei Barbari”.  Un fatto è certo che già nel 1117 Rocca Corneta fu sottoposta alla signoria di Stagnisino il quale pensò bene di cederla ai bolognesi che provvidero subito a fortificarla affidandola ad un  capitano. Con alterne vicende i cornetani restarono dipendenti  di Bologna   fino al 1513, epoca in cui Rocca Corneta fu ceduta in feudo alla famiglia Castelli e poi, nel 1798, definitivamente aggregata al comune di Belvedere. Purtroppo di questa antica origina non rimangono tracce visibili se non la torre medioevale che si erge maestosa sullo spuntone di roccia che domina la sottostante valle del Dardagna. Una rocca, di chiara origine militare e di grande importanza posta com’era lungo la strada medioevale di collegamento  con  la Toscana che passava proprio ai piedi della torre, la cui presenza ha dato il nome all’intera zona assieme ad un’altra caratteristica: la considerevole presenza di còrnioli, un alberello spontaneo che produce piccoli frutti rossi, dalla cui unione deriva il nome di Rocca Corneta.   rocca
Ma se Rocca è il “paese che non c’è”, quello che esiste attorno è una miriade di piccoli borghi pressoché intatti nelle loro strutture architettoniche anche se qui l’aspetto cambia completamente rispetto al restante territorio comunale ed al grigio dell’arenaria utilizzata nelle zone più alte si sostituisce il colore caldo, dalle mille sfumature di marrone,  tipico della pietra locale. Lo stesso avviene anche per i tetti che perdono il nero cupo delle piagne per virare verso al rosso dei coppi di terracotta realizzati direttamente nella zona. Un cambio di colore e di forme architettoniche determinato dalle differenti caratteristiche ambientali che separano quasi in due il territorio comunale. 
Poco prima della chiesa una strada sterrata sulla destra conduce ad una delle zone più belle della vallata. Si comincia subito con i resti di una torre d’origine trecentesca con parete a scarpata di chiara origine militare. Poco sotto ecco il borgo  di Prà della Villa che presenta un edificio risalente al XV secolo ancora intatto nelle sue strutture originarie con un architrave datato 1569, fino ad arrivare al Dardagna dove  comincia la salita  verso il borgo abbandonato di Camposalice. Qui, in una stanzetta seminascosta sotto la stalla, esisteva  un bellissimo affresco naif raffigurante un tabernacolo con ai lati due persone in abiti rmolino roccaeligiosi. Salendo ancora si incontra il monumentale edificio delle Mogore edificato nel XVI secolo che presenta una finestra quattrocentesca con architrave monolitico a mensole cave. Ma edifici di pregio sono presenti pure al Palazzo,  vasto edificio  che la tradizione indica come sede della magistratura del comune di Rocca Corneta caratterizzato da una gronda di pietra arenaria scolpita unica della zona e da un portale finemente scolpito con simboli religiosi,  il borgo dei Fiocchi dove è presente un oratorio del 1600 e  sull’architrave di una porta la data 1559.
O infine il Molino delle Macchie  posto  in splendida posizione sulla riva destra del Dardagna, ancora completo e pressoché intatto nelle sue strutture originare, sede un tempo della dogana che divideva Bologna da Modena.

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