Davanti al camino

Storia, tradizioni e leggende del comune di Lizzano in Belvedere
STORIA

Chissà cosa avranno pensato gli antichi abitanti  di questi luoghi, abituati a vivere come selvaggi in capanne di legno e paglia,   vedendo la raffinatezza dei costumi  indossati dai soldati bizantini che presidiavano il territorio, o le  eleganti forme di quella costruzione in pietra, l’unica di tutta la zona,  che i romani chiamavano pieve. L’anno Mille era ancora lontano e fino a quel momento il territorio del comune di Lizzano in Belvedere era stato sfiorato solo marginalmente dalla storia. cippoMa nell’anno 569 le cose cambiarono definitivamente e l’arrivo in Italia di altri selvaggi, i Longobardi,  fece diventare questi luoghi un punto strategico di confine fra gli invasori del nord e l’Esarcato Bizantino.  La resistenza ed il valore dei levantini fu a dir poco sorprendente, tanto da riuscire ad  arginare inizialmente l’avanzata dei longobardi provenienti da Modena, ma l’impeto delle orde germaniche era troppo e alla fine furono costretti a soccombere.  Così il  re longobardo Astolfo, diventato il padrone assoluto del Nord d’Italia, decise di spazzare via il passato affidando la zona (si dice su suggerimento della bellissima moglie Gisaltrude)  al cognato Anselmo, fondatore dell’abbazia benedettina di Nonantola. E’ questo il primo documento ufficiale, datato 10 febbraio 753,  nel quale si parla di questa zona. Nell'antica pergamena  conservata nell’archivio dell’abbazia modenese sono elencati i nomi di quasi tutti i paesi del comune di Lizzano in Belvedere: "... Massalizzano e Gabba, cum viculis suis, idest Acquaviva, Rivo Frigido, Vititiatico, Saxo Siliciano, Gricla, Variana e Porcile.....".  Ovvero: Lizzano, Gabba, Acquaviva (?), Rio Frigido (probabilmente Maenzano), Vidiciatico, Sasso, Grecchia, Variana (secondo alcuni Le Vaie) e Porcile. Astolfo, la bellissima Gisaltrude e l’abate Anselmo, personaggi di primo piano che si occuparono in qualche modo di questa zona ai quali, nell’801, si aggiunse un altro potente della terra: Carlo Magno. Incoronato imperatore cinque mesi prima a Roma, Carlo Magno fu chiamato a dirimere la contesa sorta fra il Vescovo di Bologna Vitale e l’abate Anselmo proprio sul possesso del Belvedere. La controversia, che condusse i due alti prelati davanti all’imperatore, fu originata dalla decisione dei benedettini di scacciare dalla chiesa di Lizzano il presbitero (in pratica il parroco) nominato dal Vescovo. Salomonicamente  Carlo Magno risolse la questione con una sentenza, appunto il placito dell’801, con la quale riconobbe al Vescovo di Bologna la competenza spirituale sulla chiesa  e all’Abbazia il mantenimento degli antichi diritti feudali. Trascorsero solo pochi anni ed un altro imperatore, Ludovico figlio di Lotario,  nell’852 intervenne di nuovo sulla questione questa volta per redarguire i monaci benedettini rei di avere aumentato le tasse alla popolazione locale in sfregio a quanto stabilito “tempore longobardorum aut tempore domini Karli”. E’ in questa epoca nella quale probabilmente nacque l’antico uso collettivo dei boschi  affidato in godimento ai capi famiglia del Comune ed ancora oggi tenacemente mantenuto in vita dai Consorzi Utilisti.

All’epoca dei Comuni il territorio passò sotto il dominio di Bologna che, nel 1227,  fece costruire sulla vetta del Monte Belvedere un castello a presidio del confine con Modena.  Sempre a questo periodo risalgono anche la costruzione di altri due importanti  edifici fortificati, il castello di Monte Acuto delle Alpi e la torre  di Rocca Corneta.  Sconfitti i signorotti locali riluttanti a sottomettersi al potere Felsineo, per la zona cominciò un periodo di relativa tranquillità e ciò permise di gettare le basi di torre rocca quell’organizzazione civile che è rimasta immutata per parecchi secoli a venire. All’epoca il territorio provinciale  era diviso in 342 comunità corrispondenti territorialmente alle parrocchie, ognuna delle quali era retta da un massaro  che svolgeva funzioni amministrative e fiscali. Unica eccezione, seppure di brevissima durata, fu la nascita di una contea; Giovanni dei Medici, eletto Papa nel 1513, decise infatti di riunire gli  antichi comuni di Belvedere e di Rocca Corneta in un’unica contea, detta di Belvedere, concessa in feudo a Galeazzo Castelli. Un’esperienza di brevissima durata, in tutto 19 anni, abolita nel 1532 da un altro Papa, Clemente VII, che restituì ai due comuni l’antica autonomia amministrativa. 
Siamo così arrivati  alla fine del Settecento quando il nord d’Italia vide l’occupazione  francese e con essa  l’avvio di una rivoluzione amministrativa che coinvolse anche i piccoli comuni dell’Appennino.  Nel periodo napoleonico i comuni di Belvedere e di Rocca Corneta furono prima  riuniti in un unico ente  e poi, nel 1820, accorpati a quello di Gaggio Montano.  Infine, dopo l’unità d’Italia nacque l’attuale  Comune che nel 1862 assunse  il nome di Lizzano in Belvedere.
Durante il secondo conflitto mondiale la zona fu interessata dalla presenza della Linea Gotica, il baluardo difensivo lungo 320 chilometri munito di rifugi di cemento, caverne scavate nella roccia e campi minati, che tagliava in due l’Italia da La Spezia fino a Pesaro. Seppur non così celebre  come la linea Gustav che  aveva fermato a lungo gli alleati davanti a Cassino, la Gotica rappresentava comunque una barriera difficile da superare in quanto sfruttava in maniera perfetta le giogaie dell’Appennino ad Ovest e le insidie delle valli di Comacchio ad Est. Lo sapevano bene i tedeschi e lo capirono ben presto anche gli alleati costretti ad interrompere per cinque mesi la loro avanzata. Una situazione di stallo determinata sia dalla scelta strategica di rafforzare il fronte occidentale, sia dall’attesa dell’arrivo in Italia della 10° divisione da montagna americana, l’unità di elite specializzata nella guerra in alta quota  il cui  apporto fu determinante per la soluzione del conflitto. Così, dopo mesi di attesa, finalmente arrivò l’ordine di attacco e in pochi giorni, seppure al prezzo di ingenti perdite, gli alleati riuscirono a conquistare i due capisaldi  posti sui monti  La Riva (19 febbraio 1945) e  Belvedere (21 febbraio)  che aprirono definitivamente la strada alla liberazione del Nord d’Italia. Ma quelli furono anche gli anni della lotta di resistenza che videro proprio nella zona del Belvedere la presenza di numerose formazioni partigiane e di tanti eroi come il Capitano Toni, Antonio Giuriolo, ucciso sul Monte Belvedere il 12 dicembre 1944. Una terra fiera ed indipendente che ha pagato un tributo elevato  di vittime innocenti a Casa Berna dove, il 27 settembre 1944, furono barbaramente trucidate 27 persone,  per la maggior parte donne e bambini,  molti dei quali si erano rifugiati proprio in questo piccolo borgo nella speranza di trovare un riparo sicuro.

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