Davanti al camino

Storia, tradizioni e leggende del comune di Lizzano in Belvedere

IL COMUNE DI LIZZANO IN BELVEDERE E L'UNITA' D'ITALIA  

Quassù le notizie arrivavano con grande ritardo o, più spesso, non arrivavano affatto.  Così ben pochi dei 3200 abitanti del comune di Lizzano in Belvedere erano al corrente di ciò che stava accadendo in quel lontano 1860, né conoscevano il significato di parole come Risorgimento, Unità d’Italia o altre questioni del genere.  I nostri antenati avevano, infatti, ben altre preoccupazioni per la testa: per il secondo anno consecutivo l’inverno era stato durissimo ed il raccolto delle castagne veramente misero, tanto da costringerli ancora una volta ad emigrare in cerca di fortuna nelle pianure bolognesi o in Maremma. Per avere un quadro della situazione del nostro Comune basta ricordare che 150 anni fa, pochi mesi prima della proclamazione solenne di Vittorio Emanuele II a Re d’Italia (17 marzo 1861), solo 36 abitanti, cioè poco più dell’1 per cento dell’intera popolazione, aveva un reddito annuo superiore alle 40 lire, mentre il salario medio pro-capite era fra i più bassi della provincia di Bologna. Ovviamente le pessime condizioni sociali e la malnutrizione avevano una diretta conseguenza sulla vita e sulla salute delle persone causando un’elevata mortalità infantile (i decessi nel primo anno di vita erano frequentissimi, il 32 per cento dei nati) e un’aspettativa di vita molto bassa, con la presenza di soli 182 residenti sopra i 65 anni, il 5,7% della popolazione. Altra piaga era l’alfabetismo, pochissimi, infatti, sapevano leggere e scrivere e in tutto il Comune era presente una sola scuola, retta dal parroco di Lizzano Don Vincenzo Taruffi, nella quale venivano ogni giorno “… ammaestrati venti due scolari nel leggere, scrivere e fare le quattro operazioni d’aritmetica..”.
Dal punto di vista amministrativo il territorio era suddiviso nei due comuni appodiati, cioè aggregati, di Belvedere e di Rocca Corneta, uniti nel “Comune grande di Belvedere”. In realtà Rocca Corneta era una semplice rappresentanza, quasi un organo decentrato, sprovvisto di sede e di impiegati, tant’è che i suoi consiglieri erano costretti a riunirsi nella casa dal priore Pietro Barzini in località Ca’ Buda. A reggere le sorti del comune di Belvedere c’era Ercole Argesilao Bartolini che all’epoca aveva solo quarant’anni ed apparteneva ad una delle famiglie più in vista della zona. Figlio di notaio, e notaio egli stesso, Bartolini aveva partecipato ai moti risorgimentali, era un uomo di temperamento forte e di corporatura robusta, amante della buona cucina e del bere, tanto che si narra che nella sua casa di Prà Merlo la tavola fosse sempre imbandita a tutte le ore del giorno pronta ad accogliere chiunque passasse a trovarlo.  Un personaggio di spicco, che aveva tutte le caratteristiche per diventare anche il primo Sindaco di nomina Regia dopo l’Unità d’Italia, carica che mantenne fino al 1866. Oltre al priore Bartolini sedevano in consiglio comunale altri 22 consiglieri: Antonio Gaetani, Giacomo Martini, Marco Serantoni, Battista Vai, Gherardo Gherardi, Raffaele Guccini, Giacomo Borgognoni, Salvatore Marcacci, Luigi Baruffi, Sante Pozzi, Giuseppe Pacchi, Pietro Borgognoni, Bartolomeo Filippi, Pasquale Bernardini, Cipriano Torri, Domenico Filippi, Giovanni Vai, don Antonio Monari, Domenico Gasperini, don Giuseppe Filippi, Giovanni Biagi e Antonio Domenico Fioresi.  Libro regnando
Nel frattempo, lontano dai nostri monti così indifferenti e distanti dagli avvenimenti storici che stavano accadendo, grazie all’abile lavoro diplomatico di Cavour si arrivò a quella che sarebbe passata alla storia come la seconda guerra d’indipendenza. Dopo le vittoriose battaglie di Montebello, Palestro e Magenta ed il ritiro delle truppe austriache oltre il Po, quando ormai l’esito dello scontro pareva favorevole ai piemontesi, intervenne a sorpresa l’armistizio di Villafranca Veronese (8 luglio 1859) con il quale l’Austria rinunciò alla Lombardia in cambio del Veneto e del riconoscimento del diritto ai sovrani deposti di tornare in possesso dei loro Stati (Restaurazione). Ma il ritorno non si verificò, né per i duchi di Parma, Modena e Toscana, né per Bologna e le Romagne, dove la volontà popolare di aggregazione allo Stato Sabaudo risultò talmente salda e radicata da indurre l’autorità pontificia a desistere da qualsiasi intento di ritorno.  Così, in quell’estate del 1859, grazie alle tante iniziative spontanee, fra le quali la raccolta di ben 80.000 firme, si arrivò alla nomina dell’Assemblea Nazionale Romagnola i cui 124 rappresentanti, il 6 settembre, elessero presidente Marco Minghetti dichiarando all’unanimità di “non volere più il governo temporale pontificio”. Un pronunciamento chiaro e forte che Vittorio Emanuele fu costretto a rifiutare per rispetto dei patti di Villafranca. Ma ormai la scelta di aderire al Regno Sabaudo era stata presa e fu questione di attendere solo qualche mese per arrivare al plebiscito che portò pochi mesi dopo alla nascita del Regno d’Italia Settentrionale e Centrale.
Questa era il contesto in cui si svolsero, l’11 e 12 marzo 1860, le operazioni di voto per l’annessione alla Monarchia. Nonostante il clima favorevole, le preoccupazioni sull’esito del voto erano forti, tant’è che le giornate elettorali furono precedute da due circolari dell’Intendente del circondario di Vergato che richiamava l’attenzione del priore di Belvedere sul regolare svolgimento delle operazioni di voto, sollecitando “La massima vigilanza che da vari timori e da pericoli immaginari suggeriti e dipinti a vivi colori dai nemici d’Italia, non sieno trattenuti i cittadini dal portare all’urna la loro scheda, e restino così in uno stato d’inerzia e d’indifferenza indegna di un popolo al giudizio del quale è rimesso decidere dei propri destini”. La circolare proseguiva poi con l’invito al Priore affinché “.. Il giorno 11 e 12 corrente acquisti forma di una festa popolare, invitando i comandanti della Guardia Nazionale a radunare tutti i militi da loro dipendenti per accorrere in corpo a deporre la loro scheda preceduti dalla banda musicale…”, e si concludeva con l’esortazione a propagandare fra i cittadini la teoria dell’annessione. Gli abitanti furono avvisati della convocazione elettorale tramite la pubblicazione di 10 manifesti affissi dal cursore comunale Leonardo Ori secondo l’abituale prassi, e cioè sei nelle parrocchie (Lizzano, Vidiciatico, Rocca, Grecchia, Monte Acuto e Pianaccio), due nelle chiese sussidiali (Gabba e Chiesina) e due nelle ville (Sasso e Maenzano).  Nel manifesto si invitavano “..tutti gli elettori aventi l’età degli anni 21 compiuti e che godono dei diritti civili di recarsi nel giorno di oggi o domani non più tardi dalle ore 5 pomer. in Lizzano nella residenza del locale municipio..”.  L’affissione fu replicata anche il giorno successivo mentre la sessione elettorale fu annunciata la mattina dell’11 marzo 1860 alle 7 dal suono ininterrotto per un’ora della campana maggiore della chiesa di Lizzano.
Il seggio elettorale si trovava all’interno del municipio, protetto dalla presenza di due carabinieri provenienti dalla stazione di Porretta Terme e da alcuni militi della guardia nazionale; a sovrintendere le operazioni di voto furono incaricati i consiglieri Giuseppe Pacchi, Domenico Filippi, Bartolomeo Filippi, Giovanni Vai e Cipriano Torri, mentre per le incombenze burocratiche intervenne il segretario comunale Giacomo Dalfiume. Purtroppo non ci è dato conoscere il numero dei votanti che non furono tantissimi se il Priore Batolini, a conclusione delle operazioni di voto, sentì il bisogno di giustificare la scarsa affluenza inviando un’apposita missiva all’Intendente di Vergato: “in questa circostanza mi credo di dovere di partecipare che se pochi sono stati gli elettori intervenuti ai comizi ciò proviene perché la maggior parte dei medesimi sono nelle maremme Toscane e lontane a procacciarsi il vitto e nelle pianure della Romagna per oggetti di pastorizia, e molti di quelli che si trovano in patria la copiosa neve qui caduta gli ha impedito di muoversi”. Il tutto si concluse alle 17,15 con la partenza per Porretta dei consiglieri Giovanni Vai e Cipriano Torri incaricati di consegnare le due urne sigillate al Governatore. 
Oltre al dato sull’affluenza, di cui peraltro non conosciamo le vere motivazioni se non quelle risibili citate dal Priore anche se è abbastanza facile presupporre una certa ostilità verso il nuovo ordine Sabaudo che serpeggiava fra i maggiorenti locali, nulla ci è dato sapere sull’esito locale del voto se non il risultato generale che vide la schiacciante vittoria del partito dell’annessione: in Emilia i votanti furono 427.512 (81,1%) dei quali ben 426.006 favorevoli all’annessione e solo 756 contrari. 
Il 2 aprile 1860 il re inaugurò a Torino, alla presenza anche dei deputati eletti a Bologna, la legislatura del nuovo regno dell’Italia settentrionale e centrale, parlando apertamente per la prima volta “all’Italia e agli italiani”.
Ma torniamo al comune di Belvedere, la drammatica situazione socio-economica in cui versava la popolazione locale e, di conseguenza, il bilancio dell’Ente, non deve spingerci a pensare che all’epoca il nostro fosse un Comune arretrato anzi, pur fra le mille difficoltà in cui erano costretti ad operare gli amministratori, leggendo gli atti del Comune si percepisce un senso della “cosa pubblica” a dir poco sorprendente e, per certi versi, invidiabile. Un esempio per tutti è il regolamento di polizia urbana e rurale approvato il 13 novembre 1861. Nell’ampia sezione dedicata al commercio si prevedeva l’obbligo “…per chiunque intende di esercitare la fabbricazione, manipolazione o vendita di commestibili o bevande d’ogni sorta” di comunicarlo al Comune con il divieto di vendere generi diversi da quelli dichiarati. Era vietata inoltre nella preparazione di alimenti l’introduzione di qualsiasi sostanza che potesse nuocere alla salute o trarre in inganno il compratore. Particolare attenzione era posta poi al commercio delle carni con l’obbligo, prima della macellazione, della visita del Deputato Sanitario che ne verificava la salubrità apponendovi il bollo a fuoco con le iniziali “D S” (Deputato Sanitario); la carne bollata doveva essere l’ultima venduta pena la confisca dell’intera merce. La sezione “della polizia e salubrità” conteneva invece tutte le prescrizioni relative alla pulizia ed al decoro delle strade e delle piazze comunali, un impegno che era equamente diviso fra cittadini e amministrazione comunale.  Fra gli obblighi dei primi vi erano l’imposizione a tutti i commercianti di pulire davanti alle loro botteghe e “.. di tenere dal 1° maggio a tutto ottobre di ciascun anno fuori dalle stesse un vaso pieno d’acqua pulita onde i cani si possano dissetare”.  Era vietato inoltre collocare depositi di letame lungo le strade così come scaricare fumo o altre esalazioni “incomode”. Per quanto riguardavano invece i compiti del Comune si prevedeva che “… le strade principali proseguiranno ad essere assettate co’ fondi comunali, le secondarie dovranno accomodarsi dai comunisti, mediante una o più opere da braccio gratuite per ogni famiglia”. Lo stesso criterio si applicava anche per lo sgombero della neve. Infine sulle strade, nelle piazze e negli altri luoghi pubblici “…era vietato lasciare vaganti bestie da tiro o da soma ed i fanciulli con meno di 18 anni (!), giocare alle palle, palloni e bocce, lanciare razzi o simili”.
Nell’ultima sezione del regolamento erano trattate infine le questioni legate ai pascoli, ai boschi ed all’uso dei beni comunali.  Per il bestiame al pascolo si prevedeva: “… che niuno può tenere bestiame, né in proprietà, né in soccida, se non dimostra al Sindaco di avere mezzi sufficienti per mantenerli… si vuole assolutamente proibito né boschi castagneti il pascolo siccome col loro morso troncano i polloni delle giovani piante”. Per i boschi “….che durante la raccolta delle castagne lì spigolatori non possono introdursi nei castagneti senza il permesso del Sindaco, che lo darà ai soli poveri dopo terminata affatto la raccolta. Fino a che gli spigolatori non avranno raccolte le castagne lasciate dai proprietari non si possono mandale lì maiali ne castagneti a mangiare”. Infine per i beni comunali, dopo avere confermato l’antichissimo diritto dello ius-legnandi stabilito a favore dei capi famiglia dall’Abbazia di Nonantola, si prevedeva la possibilità per i pastori di “sementare granaglie e pomi da terra a proprio profitto nei pascoli comunali”.
Certo, la sola volontà non bastava e le difficoltà economiche erano davvero enormi, basta pensare che, se nel momento del passaggio all’Unità d’Italia il bilancio presentava un attivo di 1.618,66 lire (condizione che non si ripeterà mai più nella storia del Comune), solo quindici anni dopo, nel 1875, il disavanzo aveva raggiunto quota 39.000 lire.
Scorrendo le delibere dell’anno 1860 ci si imbatte anche in argomenti più bizzarri, come quello dell’esorbitante presenza della Guardia Nazionale.  Istituita a Lizzano il 12 settembre 1859 il corpo della Guardia Nazionale era composto da un capitano, Tito Dalfiume, da due luogotenenti, Aurelio Bartolini e Pasquale Bernardini, da due sottotenenti, Domenico Filippi e Battista Palmieri, da un sergente furiere, Achille Gasparini, da un caporale furiere, Giovanni Vai e da un tamburino, Cipriano Torri.  A questi si aggiungevano 6 sergenti, 12 caporali, 150 militi in servizio ordinario e 469 di riserva. In tutto 664 militi (un quarto della popolazione!), che avevano in dotazione “34 divise, 20 fucili con baionetta forniti direttamente dal Governo, 7 mezzi squadroni (?), 24 daghe, una rastrelliera da fucili, un tamburo, una bandiera nazionale ed un tavolo con cassetto in legno di castagno”, ed il cui mantenimento era a totale carico del Comune. Si trattava di una spesa annua di 1.792 lire così suddivisa:   32 lire a favore di Pellegrino Bonucci per l’affitto del locale utilizzato come sede, 360 lire al capitano Tito Dalfiume per le spese d’ufficio (cancelleria, lumi, legna, ecc), 120 lire ad Achille Gasperini che svolgeva le funzioni di sergente furiere, 60 lire al caporale furiere Giovanni Vai, 360 lire al tamburino Luca Gasperini, 60 lire per la manutenzione delle divise, 600 lire a Pietro Guccini per l’istruzione delle guardie e 50 lire a Giacomo Dalfiume per la tenuta dei ruoli matricolari.
Intanto il grande sogno risorgimentale dell’unità d’Italia si era realizzato, il 18 febbraio 1861 a Torino s’inaugurò il primo parlamento italiano e il 17 marzo, con la proclamazione di Vittorio Emanuele II a Re d’Italia, nacque ufficialmente lo Stato Italiano. Le novità e l’incertezza che avevano attraversato il 1860 erano ormai alle spalle e lentamente il comune di Belvedere cominciava ad adeguarsi alla nuova situazione. Se però da un lato l’annessione al Regno d’Italia aveva fatto intravedere dei vantaggi, legati all’introduzione del nuovo ordinamento Sabaudo più avanzato rispetto al precedente, dall’altro aveva creato notevoli difficoltà economiche.  La precedente legislazione pontificia non prevedeva, infatti, o meglio non era così rigida nella sua applicazione, tutta una serie di interventi in campo scolastico, sanitario e sociale molto dispendiosi per una piccola comunità di montagna come la nostra. Ricordiamo, infatti, che all’epoca non esisteva nessuna forma di contribuzione statale e che tutte le spese erano finanziate direttamente dal comune tramite le tasse o con entrate proprie. Vista la situazione economia della popolazione, nel caso del Belvedere, ciò avveniva con il taglio dei boschi di proprietà comunale che per oltre quarant’anni hanno rappresentato la principale voce d’entrata del bilancio. 
Rimaneva un’ultima questione, l’Unità d’Italia aveva determinato una situazione di confusione fra i tanti comuni che, prima separati, si trovavano ora ad avere nomi uguali. A tale proposito il Ministero dell’Interno emanò una circolare contenente le indicazioni necessarie alla soluzione del problema. Si prevedeva che in caso di nomi uguali quello originario fosse rimasto al comune più grande mentre gli altri avrebbero dovuto modificarlo, integrarlo o differenziarlo, utilizzando una caratteristica tipica del territorio o aggiungendo il nome della provincia o della regione. Il comune di Belvedere aveva quattro omonimi e cioè gli attuali Belvedere Spinello (CT), Belvedere Langhe (CN), Belvedere Marittimo (CS) e Belvedere Ostrense (AN). Il consiglio comunale si riunì quindi il 1° agosto 1862 per discutere “Il cangiamento della denominazione del comune”. A prendere per primo la parola fu il sindaco Bartolini il quale “.. previo l’avere enumerate le diverse condizioni topografiche e geografiche locali ha invitato i signori circostanti ad occuparsi della proposta di una novella denominazione da darsi a questa comunità, ovvero di aggiungere un attributo qualsiasi all’attuale..”. Furono messe in votazione tre proposte:
“La prima = comune di Lizzano in Belvedere = fatta dall’illmo Signor Sindaco di Belvedere.
La seconda = comune di Forte di Belvedere = fatta dall’assessore Signor Battista Vai.
La Terza = Comune di Lizzano = fatta dal consigliere Raffaele Guccini”.
All’unanimità fu accolta la proposta del Sindaco e pochi mesi dopo, con decreto del 16 ottobre 1862, l’antico comune di Belvedere fu sostituito dall’attuale Lizzano in Belvedere.
Tutto ciò accadeva 150 anni fa, il cammino dell’Italia era iniziato e con essa quello del piccolo comune di Lizzano in Belvedere. Un percorso lungo e faticoso, vissuto anche questo caso con un certo distacco dai suoi abitanti, più inclini per natura alla diffidenza che alla partecipazione, caratterizzato dall’impegno di decine di amministratori che hanno saputo prendere in mano le sorti del nostro Comune in uno dei momenti più difficili della sua storia e traghettarlo verso le novità e le speranze che l’Italia unita gli avrebbero riservato.
 

Note
Per maggiori informazioni si veda  il volume “Regnando sua Maestà, il comune di Lizzano in Belvedere dall’unità d’Italia al Novecento” – di Daniele Giacobazzi.




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